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Gli inglesi si fanno di gas

"quel che dico lo dico solo per dire poi faccio il contrario"

E’ ormai quasi ufficiale, secondo il Guardian in Inghilterra il governo sta per dare il via alle perforazioni del territorio alla caccia del gas di scisto con la tecnologia del “fracking”, consistente nell’attaccare con poderosi getti d’acqua sotterranei gli scisti per liberare il gas naturale che trattengono. E’ una tecnica contestatissima, ma per i conservatori evidentemente va benissimo. Anche se ci sono inquinamenti chimici delle acque sotterranee, fughe del potente gas serra metano in atmosfera, e persino se questo assalto al gas genera dei terremoti! Si parla dell’apertura di circa duemila pozzi, uno scenario da Arabia Saudita trasferito nelle verdi campagne d’Inghilterra. Verdi poi mica tanto: sono mesi che in Inghilterra c’è una siccità senza precedenti (anche se in questi giorni un po’ di sollievo c’è grazie a qualche pioggia). Per completare il quadro i conservatori hanno deciso di sospendere la norma che imponeva di rendere energeticamente efficienti, e dunque anche più economiche da gestire, le verande chiuse (extensions) che ora va di moda aggiungere alle case per avere un po’ di spazio in più per sé e per le piante. Alla faccia del “green deal”!

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Tempi duri

ce ne vorrebbe uno adesso, per la Cina

Il grande scrittore inglese Charles Dickens avrebbe compiuto duecento anni un mese fa, i giornali ne hanno parlato per un po’, e così per celebrarlo anch’io nel mio piccolo ho tirato fuori dalla biblioteca domestica un suo libro, che se ne stava lì tranquillo da molti anni in attesa che mi venisse voglia di leggerlo. Il romanzo si chiama Tempi difficili, mentre l’originale “Hard times” andrebbe tradotto molto più efficacemente e realisticamente “Tempi duri”. E’ una vicenda drammatica che si svolge in una simbolica Coketown, la città del carbone, avvolta dai “serpenti di fumo” delle ciminiere, nella quale si ravvisa l’immagine dell’Inghilterra del tempo, dove la rivoluzione industriale in pieno svolgimento macchiava di polvere nera di carbone e di fuliggine il paesaggio e i volti stanchi degli operai e delle operaie, costretti alle macchine per lunghissimi turni, sei giorni alla settimana.
Se rinascesse un Dickens oggi sarebbe cinese. Nella Cina odierna i “Tempi duri” dell’arricchimento e dell’industrializzazione a tappe forzate sono purtroppo ancora legati al carbone e allo sfruttamento bestiale di milioni di operai, che invece di stare ai telai come quelli inglesi dell’Ottocento, producono in grandissima serie i pezzi del microcomputer con cui scrivo e dei telefonini superaccessoriati ora tanto di moda. Con la differenza sostanziale che se il novello Dickens tentasse di pubblicare in Cina un libro come Hard times finirebbe presto in cella per aver osato criticare il sistema, mentre nella democratica Inghilterra i suoi romanzi, pubblicati a puntate e letti avidamente da milioni di persone, furono di stimolo per le lotte sindacali e politiche che condussero a legislazioni via via più protettive, prima per le condizioni di lavoro, e più di recente per la vita e l’ambiente in generale. Grazie Charles.

La neve e il “global warming”

un effetto del caldo?

Se il pianeta si scalda, come mai tutta questa neve? Se lo domandano in tanti, chi con vera perplessità, chi con opportunistica malizia, pensando di mettere in crisi i climatologi. Ho personalmente trovato molto interessante a questo proposito un recente articolo di New Scientist (accessibile aimè solo agli abbonati) che mette direttamente in relazione il riscaldamento planetario e queste ondate di freddo intenso che si abbattono sull’emisfero nord da qualche inverno a questa parte. In poche parole si sostiene che con il riscaldamento progressivo dell’Artico (fenomeno documentato dalla rapida scomparsa o drastico assottigliamento della banchisa) il sistema di contenimento del freddo invernale intorno al polo nord, quello che i meteorologi chiamano fronte polare e che ha il suo bastione nella cosiddetta corrente a getto, si stia allentando, il che provoca la discesa di grosse bolle fredde verso sud. Il bello è che nonostante il freddo intenso sperimentato all’interno della “bolla fredda” il resto dell’emisfero (compreso il polo) appare anormalmente caldo, e che quando si fanno le medie delle temperature queste risultano comunque in aumento, nonostante il freddo locale. Questi fenomeni si stanno ripetendo da tre inverni, solo che le “bolle fredde” non cadono tutti gli anni nelle stesse zone, un paio d’anni fa colpirono gli Stati Uniti, l’anno scorso la Gran Bretagna e quest’anno si sono attestate sulla Russia europea e spinte fino all’Italia. Oltretutto siccome i mari sono sempre più caldi ne deriva una gran quantità di vapore in atmosfera, da cui nevicate anche copiosissime come abbiamo visto sulla dorsale adriatica da Rimini in giù (nella peraltro mite val Marecchia – foto – sono stati raggiunti i tre metri di spessore). Per chi volesse approfondire consiglio un articolo tecnico in inglese.

La perfida Albione ci batte alla grande

Gli inglesi hanno appena pubblicato il loro primo rapporto di valutazione dei rischi da cambiamento climatico. Si tratta di un lavoro molto accurato condotto per conto del Defra (ministero dell’ambiente e dell’agricoltura) in preparazione del piano di adattamento previsto dalla legge. Già, perchè gli inglesi dal 2008 hanno una legge sul clima e da tempo immemore hanno un servizio meteorologico degno di questo nome che indaga seriamente sui cambiamenti climatici prossimi venturi, e che fornisce le basi scientifiche per valutare vulnerabilità e rischi. Il Defra oltretutto ha deciso di aprire al pubblico la possibilità di contribuire al piano di adattamento fornendo indicazioni e commenti via internet. Da noi invece tutto tace e sul sito del Ministero dell’ambiente la parola adattamento non è menzionata neanche nel glossario…

Il gigante eolico che si vede dallo spazio

...e in cima ce n'è un'altra...

Non è un’immagine molto attraente, come tutte quelle ottenute col telerilevamento radar, però dimostra che la nuova gigantesca centrale eolica inglese aperta nel mare del Nord di fronte all’estuario del Tamigi si riesce persino a vedere dallo spazio (sono quei piccoli puntini tutti in fila sopra il nome). La Thanet offshore wind farm, come si chiama ufficialmente, è l’impianto marino più grande del mondo, quando sarà finita avrà cento turbine e 300 megawatt di potenza di picco. E’ stata inaugurata il 23 settembre scorso e secondo il Guardian è costata la bellezza di 900 milioni di sterline! Il giornale, attentissimo alle questioni ambientali ed energetiche, dichiara con disappunto che solo il 20% di questa enorme cifra è andata a beneficio del Pil inglese, la centrale infatti monta turbine Vestas costruite all’estero, dopo la recente chiusura della fabbrica sull’isola di Wight. Notare che nell’immagine, tratta dal sito dell’Agenzia spaziale europea,  se ne vede un’altra, denominata Gunfleet Sands, al largo dell’Essex. L’anno prossimo dovrebbe vedere la luce un impianto ancora più grande, il cosiddetto London Array.

Grazie ad Andrea S. per la segnalazione

Nazionalismo eolico

007 in gonnella

La Scozia fa parte del Regno Unito ma ha squadre di rugby e di calcio che partecipano separatamente dall’Inghilterra ai tornei internazionali, e ha anche un forte Partito nazionalista (il cui più famoso esponente è l’attore Sean Connery, foto) che dal 2007 regge il governo di Edinburgo, pur senza avere la maggioranza del locale parlamento (e poi diciamo male della politica nostrana…). Il primo ministro scozzese Alex Salmond ha recentemente dichiarato che il suo paese potrebbe raggiungere l’autosufficienza elettrica con le sole fonti rinnovabili (vento e maree) entro quindici anni. Questa dichiarazione segue la sua recente decisione di incrementare l’obiettivo fonti rinnovabili dal 50% all’ 80% entro il 2020 (notare che l’obiettivo europeo è appena il 20% per la stessa data). Secondo il Guardian, che segue attentamente e criticamente le gesta e le parole di Salmond, il governo scozzese si appresta a mettere in campo una banca d’investimenti dotata di 360 milioni di sterline di capitale da investire entro l’anno nel settore “low carbon”. I critici fanno rilevare che il governo è minoritario, che intanto si continua a usare tanto carbone e uranio, ecc. Fatto sta che in Scozia proseguono le installazioni di centrali eoliche marine e di generatori elettrici sommersi e le centrali atomiche esistenti verrano dismesse. Forza Sean.

L’eredità del climatologo combattente

Stephen Schneider, morto il 19 luglio 2010

Stephen Schneider se n’è andato improvvisamente, stroncato da un infarto a 65 anni mentre rientrava dall’ennesimo congresso scientifico. Aveva appena festeggiato il numero 100 di Climatic Change, la rivista scientifica interdisciplinare da lui fondata negli anni settanta. Di lui ricordo un bel libro, “La strategia della Genesi: modificazioni climatiche e sopravvivenza globale”, scritto con Lynne Mesirow e pubblicato negli anni settanta nella mitica collana EST della Mondadori, quella che allora traduceva in italiano la migliore produzione scientifico-divulgativa del mondo. Il testo era ispirato dalla Bibbia ed era a suo modo profetico, preconizzando le conseguenze climatiche inattese della crescita economica e suggerendo la necessità che il tema del clima entrasse nel linguaggio comune.  L’articolo commemorativo del Guardian è scritto da Myles Allen, il fisico che a Oxford dirige il progetto climateprediction.net, un colossale sforzo modellistico collaborativo che impegna migliaia di computer in tutto il mondo. Ecco mi pare questa l’eredità migliore di Schneider e di altri come lui che si sono impegnati tutta la vita per spingere il tema climatico nell’agenda politica e segnalarci le pericolose conseguenze ambientali dell’esplosione dei consumi energetici negli ultimi cinquant’anni.