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Biomasse e fotovoltaico: una partita senza storia

...col mais facciamoci la polenta e l'energia lasciamola fare ai pannelli...

Ogni ettaro di terreno coltivato a biomasse rende in energia circa trenta volte meno dello stesso ettaro investito a fotovoltaico. Non ci vuole molto a provarlo, infatti la fotosintesi delle normali colture italiane ha un rendimento calorico finale inferiore all’1% (in media 0,5%) .  Per essere più chiari questo significa che di tutta l’energia solare che arriva sulla coltivazione durante la sua stagione di crescita dalla semina al raccolto solo una frazione piccolissima si ritrova disponibile come energia chimica nella pianta stessa. Il pannello fotovoltaico invece ha rendimenti prossimi al 15% (anche se presto saranno in commercio pannelli al 20% e in laboratorio sono state raggiunte efficienze molto superiori), ovvero converte in corrente elettrica quasi un sesto dell’energia solare che lo colpisce. Ma non finisce qui. Se consideriamo che le biomasse vengono bruciate per produrre elettricità in centrali che hanno rendimenti del 30% la faccenda diventa ancora più assurda, perchè alla fine dei conti ogni ettaro fotovoltaico fa l’energia elettrica di quasi cento ettari di coltura da biomassa… Ma allora è davvero il fotovoltaico che sottrae terreni all’agricoltura? Non sarà il caso di rivedere le politiche di incentivazione a questo tipo di uso sconsiderato del suolo agricolo per produrre energia da biomasse in quantitativi ridicoli, con impatti ambientali non trascurabili?

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Coltivare il sole: fotovoltaico e agricoltura

vento sole e terra, tesori d'Italia

Molti credono che i campi agricoli debbano restare tali e che non debbano lasciare spazio agli impianti fotovoltaici, considerati come un’ennesima forma di cementificazione del territorio nazionale, già molto provato dall’urbanizzazione selvaggia di questi ultimi cinquant’anni. Questa tesi viene sostenuta spesso anche da molti ambientalisti, che però sono al contempo sostenitori del solare fotovoltaico come essenziale elemento della transizione verso le energie pulite. Si sostiene che gli impianti fotovoltaici debbano stare sui tetti delle case, dei centri commerciali e dei capannoni industriali. In parte questo già avviene, nel giro di pochi anni ci siamo abituati a uno spettacolo che prima si poteva ammirare solo in Germania; case e fattorie italiane cominciano a mostrare con frequenza coperture di scuri pannelli fv, grandi strutture come il magazzino Coop della Toscana sono state completamente coperte di silicio e, fino al recente decreto cosiddetto ammazza-rinnovabili, questa tendenza procedeva con ritmo esplosivo, data la convenienza degli incentivi. Ora però, al di là delle giuste polemiche nei confronti di un governo troppo amico dei petrolieri e dei nuclearisti, consideriamo un fatto fisico: per fare un chilowatt fv ci vogliono dieci metri quadri di pannelli, ed è un kW di picco (kWp), cioè quei dieci metri quadri danno al massimo un kW di potenza elettrica, solo se colpiti in pieno e perpendicolarmente dai raggi solari. Vicino al suolo la luce del sole infatti fornisce al massimo 700 watt per metro quadro e siccome i pannelli (per ora) ne convertono in elettricità solo il 15% ecco la necessità di 10 metri quadrati di silicio per un kWp. Un centro commerciale di un ettaro (10mila metri quadri) coperto di pannelli può fornire al massimo un megawatt, il che corrisponde a solo un terzo della potenza che serve al centro stesso per le luci, la refrigerazione ecc. Un condominio di dieci appartamenti necessita di circa 30 kW, che corrispondono a una superficie ampiamente superiore a quella del tetto condominiale esposto al sole. Se poi passiamo alle industrie, alcune notevolmente energivore, come per esempio le ceramiche, comprendiamo che la strategia dei tetti fv non può certo fornirci tutta la corrente che vorremmo per arrivare a spegnere le tradizionali centrali termoelettriche, che scaricano montagne di CO2 e altri inquinanti in atmosfera, e raggiungere così gli obiettivi comunitari di taglio alle emissioni del 20% entro il 2020 (l’Italia ha concordato un più modesto 17%). Vabbè direte voi, non c’è mica solo il fotovoltaico, per esempio ci sono le biomasse. Infatti una superficie sempre maggiore delle nostre campagne viene coltivata a scopo energetico, cioè non per fare cibo ma per alimentare centrali più o meno grandi e più o meno efficienti che bruciano sorgo, mais e legno coltivati apposta per fare corrente elettrica. Anche qui però dobbiamo confrontarci con alcuni duri fatti fisici. Per esempio la fotosintesi, il meraviglioso processo vegetale che assorbe carbonio atmosferico in presenza di luce solare, e che ci consente appunto di disporre di biomassa da bruciare, è ahinoi assai inefficiente. Per fare un confronto con i pannelli fotovoltaici, che pure non sono mostri di efficienza, ebbene questi ultimi sono trenta volte più efficienti di un campo coltivato. Cioè se coltiviamo piante da bioenergia siamo trenta volte più inefficienti del fotovoltaico, ovvero sottraiamo trenta volte più territorio alla produzione di cibo di quanto non faccia il tanto vituperato fv a terra. Senza contare che quelle piante devo seminarle concimarle raccoglierle trasportare la biomassa in centrale, bruciarla, e poi c’è il fumo e le scorie… Volete mettere con la pulizia del fotovoltaico che silenzioso fa corrente elettrica e la mette in rete senza un filo di fumo? E allora dove voglio andare a parare? Copriamo tutta la Val Padana di silicio? Certo che no, però smettiamola di fare ragionamenti mitologici e passiamo alla realtà, lasciamo perdere la coltivazione incentivata di biomasse (che ripetiamolo non sono cibo e sono spaventosamente inefficienti) e dirottiamo una quota di questi terreni e di questi incentivi verso il fotovoltaico. Insieme a questo mettiamoci l’eolico (quello grande, di terra e di mare) e l’efficientamento di edifici e trasporti e facciamo così un vero piano energetico (che ovviamente avrà anche una quota da bioenergia forestale e da biogas), e facciamolo prima delle prossime elezioni e usiamolo come elemento essenziale del programma di un governo che vuole restare in Europa, che vuole difendere i propri cittadini dal cambiamento climatico, e che vuole ridare fiato all’economia e al lavoro, tingendoli di verde.

Eppur si muove

Un po' meno fossile...

L’elefante elettrico italiano mostra qualche segno di vivacità. L’anno scorso, secondo le stime del Gse e di Terna, le strutture che gestiscono il sistema elettrico e la rete, le fonti rinnovabili hanno coperto oltre il 31% dell’energia elettrica consumata in Italia, con un salto di +5 punti rispetto al 2008. Idroelettrico a parte, questo significa che sole, biomasse e vento cominciano a produrre quote significative della corrente che consumiamo, con una diminuzione non trascurabile delle emissioni di CO2, che potrebbero essere passate da 0,5 a 0,4 kg/kWh, un calo dell’ordine di un etto per chilowattora (stime mie). Se i (nostri) soldi, che il governo vuole spendere per le centrali nucleari francesi, andassero alle rinnovabili queste potrebbero facilmente coprire il 50% dei consumi elettrici entro il 2020 e farci finalmente fare una bella figura in Europa dopo decenni di emissioni senza limiti.

Benvenuto CliMario

Unaltro dizionario...
Un altro dizionario...

Un po’ per noia e un po’ per passione ho aggiunto a Pianetaserra una nuova pagina, un dizionario climatico che speriamo risulti utile ai miei (pochi) lettori. Si chiama CliMario e per ora contiene qualche decina di voci, tutte interconnesse, secondo la logica dell’ipertesto. La cosa è nata dalla constatazione che opere simili in circolazione sul web contengono diversi svarioni, che per carità di patria non cito. E visto che nessuno è senza peccato a questo punto dichiaro aperto anche CliMario per la caccia all’errore. Buona consultazione!

Dobbiaco, sei forte!

Una grossa stufa a legna
Una grossa stufa a legna

Oltre ad un meraviglioso panorama dolomitico, una magnifica pista da fondo e un’ottima accoglienza turistica, la cittadina di Dobbiaco (Toblach, in provincia di Bolzano) riserva al visitatore anche la sorpresa di un’efficientissima centrale a legname che fornisce sia elettricità che calore in teleriscaldamento, anche al vicino paese di S. Candido (Innichen). Si tratta di un esempio intelligente di generazione energetica integrata con l’economia della zona, ricchissima di boschi e segherie, che producono molti scarti. Sono questi scarti ad alimentare il bruciatore e la turbina, come si può leggere nel dettagliatissimo sito che descrive la centrale e la sua storia.