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Duecento miliardi per il clima

non toccatele il suo 20%...

Secondo l’agenzia specializzata European Energy Review l’Unione europea si appresta a varare un bilancio poliennale 2014-20 da mille miliardi di euro, di cui il 20% destinati alle attività di contrasto del cambiamento climatico. La cifra fa impressione, ma se consideriamo che si spalma su ben sette anni e su quasi mezzo miliardo di abitanti, ne risultano una quindicina di centesimi al giorno a testa. Eppure questi pochi soldini hanno un’importanza capitale, servono ad attuare una miriade di provvedimenti tesi a raggiungere l’obiettivo di tagliare del 20 % le emissioni di gas serra, introdurre un 20% di fonti energetiche rinnovabili e di tagliare del 20 % i consumi di energia, il tutto entro il fatidico 2020. Pare che la commissaria Hedegaard (foto) abbia mostrato i denti per avere questa grossa fetta di bilancio a disposizione, ma che sia una lottatrice si era capito anche durante la conferenza di Durban, che non è stata un fallimento totale solo grazie ai suoi sforzi. Con questi soldi si gettano probabilmente delle basi piuttosto robuste per tagli ancora più drastici che devono essere raggiunti entro il 2050, anno per il quale l’Unione si aspetta di ridurre le emissioni serra anche fino all’80% meno del 1990. Una politica coraggiosa e lungimirante, che serve da sprone anche al resto del mondo perché si decida a fare la propria parte, speriamo prima possibile.

Meglio i trattori o le astronavi? meglio i trattori…

alle origini del vento

Se uno non legge niente pensa di sapere tutto, appena si mette a leggere qualcosa scopre di non sapere niente. A me è capitata l’ennesima conferma con il bel libro intitolato Wind Power, scritto di recente da un decano dell’energia eolica inglese, il prof. Peter Musgrove. Il testo è documentatissimo eppure di piacevole lettura e traccia la storia dell’energia eolica dalle origini medievali ai giorni nostri. Beh, ho scoperto che la più famosa azienda mondiale del settore, la danese Vestas, all’origine era una piccola fabbrica di macchinari agricoli e di gru mobili, con un centinaio di dipendenti. Verso la fine degli anni Settanta i proprietari acquistarono il brevetto di una turbina di nuova concezione realizzata artigianalmente da due ingegneri (Karl Erik Jorgensen, nella foto, e Henrik Stiesdal) e dal 1979 si misero a produrla in serie. Furono assai preveggenti perché di lì a poco esplose la domanda di turbine eoliche per il mercato californiano (favorita da agevolazioni introdotte negli Usa sulla spinta della crisi petrolifera del 1973). I governanti americani investirono somme colossali per lo sviluppo di un proprio settore eolico ma destinarono i fondi all’industria aerospaziale, e non certo a quella agricola, convinti che solo da lì sarebbero venute macchine potenti e innovative. Invece da quegli sforzi non scaturì niente di concreto, mentre prevalsero le sane e robuste macchine danesi, le cui gigantesche discendenti la fanno tutt’ora da padrone sui mercati europeo e globale dell’eolico. Mercati che continuano a crescere con ritmi da capogiro, con il prepotente ingresso sulla scena dei cinesi. Ma questa è un’altra storia.

Biomasse e fotovoltaico: una partita senza storia

...col mais facciamoci la polenta e l'energia lasciamola fare ai pannelli...

Ogni ettaro di terreno coltivato a biomasse rende in energia circa trenta volte meno dello stesso ettaro investito a fotovoltaico. Non ci vuole molto a provarlo, infatti la fotosintesi delle normali colture italiane ha un rendimento calorico finale inferiore all’1% (in media 0,5%) .  Per essere più chiari questo significa che di tutta l’energia solare che arriva sulla coltivazione durante la sua stagione di crescita dalla semina al raccolto solo una frazione piccolissima si ritrova disponibile come energia chimica nella pianta stessa. Il pannello fotovoltaico invece ha rendimenti prossimi al 15% (anche se presto saranno in commercio pannelli al 20% e in laboratorio sono state raggiunte efficienze molto superiori), ovvero converte in corrente elettrica quasi un sesto dell’energia solare che lo colpisce. Ma non finisce qui. Se consideriamo che le biomasse vengono bruciate per produrre elettricità in centrali che hanno rendimenti del 30% la faccenda diventa ancora più assurda, perchè alla fine dei conti ogni ettaro fotovoltaico fa l’energia elettrica di quasi cento ettari di coltura da biomassa… Ma allora è davvero il fotovoltaico che sottrae terreni all’agricoltura? Non sarà il caso di rivedere le politiche di incentivazione a questo tipo di uso sconsiderato del suolo agricolo per produrre energia da biomasse in quantitativi ridicoli, con impatti ambientali non trascurabili?

Evviva Margherita, abbasso il nucleare

meglio tardi che mai...

Con una lunga intervista al Manifesto di oggi la grande astrofisica Margherita Hack dichiara che andrà a votare ai referendum, che voterà quattro sì, e invita gli italiani a fare altrettanto. Ho accolto con grande sollievo questo “ravvedimento operoso” della simpatica e anziana scienziata, che negli scorsi anni aveva invece espresso in diverse occasioni il proprio sostegno al ritorno del nucleare, lasciandomi assai perplesso. Nell’intervista la Hack dichiara la sua sfiducia nella capacità dell’Italia di saper gestire il pericoloso nucleare tradizionale (le grandi centrali all’uranio che il governo voleva imporre al paese), la necessità di puntare sulle rinnovabili e anche che ritiene essenziale la ricerca di nuove fonti energetiche anche nucleari purché pulite. Dopo la dimostrazione plateale della contrarietà degli italiani allo sviluppo dell’energia nucleare avutasi qualche settimana fa in Sardegna, dove il 15-16 maggio si è svolto un referendum consultivo che si è concluso con i No al 97% e dopo la sentenza della Cassazione ora tutti a destra lasciano libertà di voto nella speranza che al risultato del 13 giugno non venga attribuito un significato anche politico. In verità se come speriamo al referendum si raggiungesse un ampio quorum e i Sì fossero la maggioranza assoluta dell’elettorato qualunque governo serio dovrebbe trarne le conseguenze e rassegnare le dimissioni, cogliendo il segnale di evidente rifiuto delle proprie politiche da parte del paese. Qualunque governo serio.

Ma dov’è la green economy?

...piccoli Eroi del Clima crescono...

In Germania l’economia nuova, quella delle rinnovabili e dell’efficienza energetica c’è di sicuro, ho la prova diretta. Ho passato un paio di giorni a lavorare su un progetto di collaborazione con un gruppo di giovani ingegneri della Sassonia che prendono lo stipendio da un’agenzia che istruisce i comuni di quella regione sui vantaggi delle rinnovabili. Lì in effetti i comuni fanno a gara per avere la pala eolica o l’impianto fotovoltaico e ci sono talmente tanti impianti che c’è persino un bell’atlante interattivo per conoscerne posizione e caratteristiche. Tra le altre mille attività green i tedeschi  istruiscono piccoli Klimahelden (eroi del clima, foto) fin sui banchi della scuola. Qui da noi invece siamo ai pour parler e ai lamenti come quello recente della Cgil di cui  alla sezione Ambiente della Repubblica. Speriamo che il vento cambi presto, comunque intanto mi sono iscritto a un corso di tedesco…

Dopo il fumo anche l’arrosto

brutto e cattivo

In Olanda c’è da tre mesi o poco più un governo di destra liberal-democristiano che vanta, si fa per dire, anche l’appoggio esterno degli xenofobi antislamici di Geert Wilders (foto). Dopo essersi distinto per aver rimosso il divieto di fumo nei bar e altri locali pubblici, ora il governo olandese ha cancellato le sovvenzioni alle rinnovabili, in particolare per l’eolico marino e il fotovoltaico. Il sistema è stato pesantemente ristrutturato per lasciare spazio, ma guarda un po’, al ritorno del nucleare. Vi ricorda qualcosa?

L’energia dell’Europa

una piantina che consuma poco

Da diversi anni il nostro continente si sforza visibilmente di modificare il proprio sistema di produzione e consumo di energia. Da quando nell’ormai lontano 2007 la cancelliera tedesca Angela Merkel, che allora governava con i socialdemocratici, riuscì a introdurre la politica europea del 20-20-20 (tagliare del 20% le emissioni, introdurre il 20% di fonti rinnovabili e migliorare l’efficienza energetica del 20% entro il 2020) sono in corso migliaia di progetti per attuare questa politica, convincendo governi, autorità locali e cittadini a partecipare a questo sforzo. Programmi come Sustainable Energy Europe, Intelligent Energy, e campagne come Change o Climate Action dimostrano l’esistenza di questo sforzo europeo verso l’energia pulita e la riduzione di consumi ed emissioni, cui partecipano numerosi enti locali italiani. Ma tutto questo funziona? In effetti qualche settimana fa l’Agenzia Europea per l’Ambiente, significativamente collocata nella superciclabile Copenaghen, ha diffuso un dato sorprendente: il taglio delle emissioni del 20% sarebbe ormai a portata di mano, non nel 2020 ma addirittura dall’anno prossimo, infatti a fine 2009 le emissioni di anidride carbonica sarebbero calate già del 17% rispetto al 1990, complice la crisi. Sarebbe dunque possibile e abbastanza realistico puntare al taglio del 30%, che originariamente era previsto in caso di accordi globali, quelli che nella solita Copenaghen non ci sono poi stati, o addirittura puntare al 40% come vorrebbe il Wwf (che fa queste richieste per precisi motivi scientifici e non per smania ambientalista). In pratica se volesse davvero l’Europa potrebbe continuare sulla strada virtuosa già intrapresa e approfittare della doppia crisi climatica ed economica per ridisegnare completamente il proprio modo di produrre e consumare energia. Da questo punto di vista l’Italia è europea? A voi il giudizio.