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La neve e il “global warming”

un effetto del caldo?

Se il pianeta si scalda, come mai tutta questa neve? Se lo domandano in tanti, chi con vera perplessità, chi con opportunistica malizia, pensando di mettere in crisi i climatologi. Ho personalmente trovato molto interessante a questo proposito un recente articolo di New Scientist (accessibile aimè solo agli abbonati) che mette direttamente in relazione il riscaldamento planetario e queste ondate di freddo intenso che si abbattono sull’emisfero nord da qualche inverno a questa parte. In poche parole si sostiene che con il riscaldamento progressivo dell’Artico (fenomeno documentato dalla rapida scomparsa o drastico assottigliamento della banchisa) il sistema di contenimento del freddo invernale intorno al polo nord, quello che i meteorologi chiamano fronte polare e che ha il suo bastione nella cosiddetta corrente a getto, si stia allentando, il che provoca la discesa di grosse bolle fredde verso sud. Il bello è che nonostante il freddo intenso sperimentato all’interno della “bolla fredda” il resto dell’emisfero (compreso il polo) appare anormalmente caldo, e che quando si fanno le medie delle temperature queste risultano comunque in aumento, nonostante il freddo locale. Questi fenomeni si stanno ripetendo da tre inverni, solo che le “bolle fredde” non cadono tutti gli anni nelle stesse zone, un paio d’anni fa colpirono gli Stati Uniti, l’anno scorso la Gran Bretagna e quest’anno si sono attestate sulla Russia europea e spinte fino all’Italia. Oltretutto siccome i mari sono sempre più caldi ne deriva una gran quantità di vapore in atmosfera, da cui nevicate anche copiosissime come abbiamo visto sulla dorsale adriatica da Rimini in giù (nella peraltro mite val Marecchia – foto – sono stati raggiunti i tre metri di spessore). Per chi volesse approfondire consiglio un articolo tecnico in inglese.

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Ben detto Benedetto

...stavolta l'ha detta giusta...

Ieri Benedetto XVI ha ricordato, parlandone lungamente durante la consueta omelia della domenica dalla finestra di San Pietro, l’avvio della conferenza climatica di Durban che da oggi e per due settimane terrà impegnati migliaia di delegati di tutti i paesi e di numerosissime organizzazioni non governative, nel tentativo di dare un seguito al protocollo di Kyoto che scade l’anno prossimo. Nessun leader politico italiano ha speso negli ultimi giorni o settimane una sola sillaba sull’argomento: tutti parlano solo di crisi politica, economica e finanziaria e non vedono la macroscopica crisi planetaria nella quale ci stanno avvitando consumi energetici senza senso e conseguenti emissioni di gas serra. Il papa ha giustamente ricollegato la questione climatica a quella della povertà (sono proprio i paesi più poveri delle zone tropicali a sopportare il maggior peso degli sconvolgimenti del clima) e del destino delle future generazioni, che dovranno quasi certamente adattarsi a condizioni climatiche ben diverse da quelle cui eravamo abituati nel Novecento. Cito: “Auspico che tutti i membri della comunità internazionale concordino una risposta responsabile, credibile e solidale a questo preoccupante e complesso fenomeno, tenendo conto delle esigenze delle popolazioni più povere e delle generazioni future”. Come non essere d’accordo?

Confusione climatica

?

Sono giorni questi in cui si fa fatica a focalizzare l’attenzione. Siamo in piena crisi politica e in piena crisi economica. E purtroppo anche in piena crisi climatica, con un Tirreno caldissimo che in un paio di settimane ha ucciso con nubifragi di impatto inusitato, a Roma, nelle 5 Terre e in Garfagnana, a Genova, all’Elba, in Basilicata, e qualche posto lo scordo di sicuro. I riscaldamenti sono accesi ma le temperature esterne per giorni qui a Bologna non sono scese sotto i 12 gradi e così alla stranezza climatica si somma anche la rabbia di lavorare in uffici che siccome è novembre tengono gli impianti accesi e ti scaldano come in forno. In treno lo stesso. Tutto cambia intorno a noi ma noi non cambiamo, non riusciamo ad adattarci abbastanza in fretta. In effetti l’adattamento è una parola magica del gergo climatologico, se il clima cambia bisogna adattarsi, il che non significa scrollare le spale e assumere un atteggiamento fatalista bensì preparare razionali e articolati piani di protezione delle persone, dei beni e delle attività economiche a fronte di una situazione ambientale sempre più difficile e complessa, aggravata dall’assurdo assetto territoriale che in questo paese ci siamo visti affibbiare da sessant’anni di governi conniventi con la speculazione edilizia e il business del cemento. Chissà se qualcuno metterà questo tema nel programma politico del nuovo governo. Chiediamolo tutti insieme ad alta voce, magari qualcuno ci ascolta.

Ignoranza climatica, di chi è la colpa?

mah...

Mi capita ogni tanto di andare all’università, invitato a tenere un seminario sui cambiamenti climatici. Che si tratti di agraria, o ingegneria o, come l’ultima volta, medicina, la reazione è la stessa, i ragazzi sono sbalorditi e io sbalordisco con loro.

I motivi sono diversi ovviamente: loro restano a bocca aperta sentendomi parlare della gravità e complessità del problema climatico, e io a bocca aperta nel (ri)scoprire ogni volta quale censura e quale ignoranza vi sia in Italia su queste faccende, anche tra i giovani che frequentano gli scranni universitari.

In sostanza il fumo negazionista, se non fa poi così tanti proseliti, almeno oscura la visione della questione e impedisce ai nostri giovani più acculturati (destinati a diventare classe dirigente) di avere un’informazione completa su temi che avranno sempre maggiore importanza, man mano che il riscaldamento globale peggiora.

A me pare che alla base di questa ignoranza diffusa vi sia un motivo abbastanza ovvio: in Italia non c’è un’istituzione centrale autorevole che dirami regolarmente notizie sulla questione climatica, ovvero non c’è un Servizio MeteoClimatico simile a quelli degli altri paesi europei.

Ci sono decine di strutture di servizio e di ricerca che però non fanno “massa critica”, i vari Enea, Cnr, Cra, Ispra, Istat, Cmcc e chi più ne ha più ne metta fanno ognuno qualcosa, ma tutti troppo poco.

I dati climatici ad esempio vengono raccolti da miriadi di reti e stazioni ma poi non confluiscono in un deposito comune accessibile a tutti e che li tratti tutti insieme in modo intelligente, per produrre rapporti e comunicati stampa che “buchino” sui media, in particolare in tv.

Stessa cosa per le proiezioni climatiche, qualche centinaio di ricercatori se ne occupano in Italia, con decine di progetti, ciascuno troppo piccolo per dare segnali rilevanti alla popolazione.

Ecco quindi un bel punto da mettere in agenda per un prossimo auspicabile governo “normale”: dare a questo paese un Servizio MeteoClimatico centrale civile, con le risorse necessarie per mettere in rete e far fruttare quello che si fa in Italia.

Che non è poco, ma evidentemente non è abbastanza.

Eppur si scioglie

...e troppo in fretta...

Quella che vedete qui sopra a destra è la nuova carta della Groenlandia così come appare nell’ultima versione dell’atlante mondiale del Times, uscita quest’anno. A sinistra invece la versione del 1999. Lo scioglimento è così vasto che si è scoperta dai ghiacci un’ampia striscia di terra e addirittura è comparsa una nuova isola, cui è stato dato il nome di Uunartoq Qeqertaq, che in esquimese vuol dire Isola del Riscaldamento. Lo riferisce il Guardian che mantiene una costante attenzione sulla questione climatica globale, che invece da noi è completamente dimenticata, travolti come siamo dalle notizie sulla crisi economica e politica. Ricordo che se tutti ghiacci della Groenlandia si sciogliessero il livello globale degli oceani salirebbe di 6 metri, il che significherebbe la fine per città costiere come Venezia, Londra e New York. Già oggi alcune isole un tempo paradisiache del Pacifico sono in allarme permanente per l’aumento del livello del mare e stanno protestando  in sede Onu mentre preparano l’evacuazione.

Protestano contro le sabbie bituminose e li arrestano

...erano tutti boschi...

Ben 1252 americani sono stati arrestati nei giorni scorsi durante un campagna di protesta organizzata da 350.org e altri gruppi di attivisti ambientali contro la realizzazione di un nuovo oleodotto che porterà negli Usa il petrolio estratto in maniera ambientalmente catastrofica dalle sabbie bituminose del Canada. Per estrarre il petrolio da queste particolari sabbie (che in inglese si chiamano tar sands) si usa moltissima energia, circa un terzo di quella contenuta nel greggio così prodotto (il petrolio tradizionale contiene 30 o 40 volte l’energia usata per produrlo). Ciononostante, dati gli alti prezzi del petrolio sul mercato mondiale, questo prodotto resta commerciabile con profitto e la domanda è tale che si prevede la realizzazione di un’apposita tubazione per trasferire verso le raffinerie del sud un milione di barili al giorno. La protesta contro Keystone XL (così si chiama il futuro oleodotto, lungo 2700 km) ha raccolto oltre 600mila firme (tra cui la mia, per quel che può contare) e si può ancora firmare sul sito di Avaaz. In sostanza, questo nuovo prodotto petrolifero devasta irreversibilmente il territorio dove viene estratto, usa enormi quantità di energia per l’estrazione e se non verrà vietato provocherà un aumento spropositato delle emissioni serra. L’approvazione dell’oleodotto darebbe un colpo finale alle sbandierate propensioni ambientaliste di Obama. E forse anche un colpo finale alla lotta contro il riscaldamento climatico globale. Altro che crisi delle borse…

Gli orsi affogano ma non bisogna dirlo

...dategli del ghiaccio...

Secondo quanto riferisce il Guardian lo scienziato americano Charles Monnett, che lavora in Alaska per l’agenzia che autorizza lo sfruttamento energetico degli oceani e che per primo ha mostrato il rischio per la sopravvivenza degli orsi bianchi derivante dallo scioglimento dei ghiacci polari, sarebbe stato sospeso dal suo incarico di ricerca, a causa di un’inchiesta sulla sua “integrità morale”. Secondo alcuni suoi colleghi Monnett sarebbe vittima di una persecuzione da parte dell’amministrazione Obama nel momento in cui la stessa si prepara a dare il via alle ricerche petrolifere nell’Artico, zona finora vietata per queste attività. Monnet fu il primo a ricollegare in un articolo scientifico del 2006 le prime osservazioni di orsi polari morti a galla nell’Artico con la progressiva scomparsa del ghiaccio, dovuta al riscaldamento delle regioni polari. Grazie a questo articolo l’orso bianco è diventato in qualche modo il simbolo vivente (o morente…) del riscaldamento climatico globale. Secondo una nota del movimento americano Peer (Public employees for environmental responsibility), che ha reso pubblico il caso, Monnett è oggetto di crescente persecuzione da quando l’articolo è stato pubblicato, fino al punto di essere allontanato dal suo istituto e virtualmente recluso in casa. Questo è niente in confronto a quel che è successo all’attivista ambientale americano Tim DeChristopher, che da martedì scorso è in prigione e dovrà starci per due anni solo perché fingendosi un petroliere ha disturbato un’asta pubblica sui diritti di estrazione petrolifera. Comincio a convincermi che il grande intellettuale Noam Chomsky non abbia tutti i torti quando definisce gli Usa tendenzialmente fascisti.