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Progresso o regresso?

si chiama Xingu, ma non è cinese

Il Brasile è una delle cosiddette potenze emergenti, ma sta pagando il suo sviluppo economico a due cifre al prezzo di grandi distruzioni. Un esempio è la diga di Belo Monte, in costruzione sul fiume Xingu, uno dei più importanti nel bacino del Rio delle Amazzoni. Il sito del Guardian pubblica un’impressionante galleria di immagini riprese dall’aereo che dimostrano le devastazioni in corso. Nel caso vi sorga l’obiezione che in fondo si tratta di idroelettrico, quindi un modo rinnovabile e pulito di produrre energia, migliore delle energie fossili, ricordate che numerosi studi indicano come in ambienti tropicali i bacini artificiali costituiti sbarrando il corso dei fiumi siano fonte di grosse emissioni di metano, un gas serra 25 volte più potente della CO2. La principale fonte di metano è la vegetazione sommersa e in putrefazione all’interno del bacino artificiale. Le quantità emesse sono piuttosto impressionanti, pari a circa un quarto di tutto il metano emesso in atmosfera ad opera dell’uomo (le altre fonti sono risaie, bovini e altri ruminanti allevati, fughe di gas dalle miniere e dai gasdotti). Non è proprio una buona pubblicità per i brasiliani, ora che siamo prossimi alla conferenza mondiale Rio+20.

 

Il clima che cambia spiegato ai ragazzi (4)

Brucia, petrolio, brucia

Nonostante l’enorme quantità di plastica che viene prodotta, la stragrande maggioranza del petrolio estratto dal sottosuolo è trasformata in carburanti (benzina, gasolio, cherosene ecc.) e bruciata in motori o caldaie. Pensate che ogni giorno nel mondo si consumano 85 milioni di barili di petrolio, ogni barile sono 150 litri circa e quindi facendo due conti si scopre che ogni abitante del pianeta Terra brucia in media quasi due litri al giorno di petrolio!

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Africa del sud, Europa del Nord

troppa acqua, poco pane

Danni gravissimi e oltre cento morti in Sud Africa, con sette province su nove interessate da inondazioni. Tutta la zona meridionale del continente più povero del mondo è sotto tiro, Mozambico, Madagascar, Botswana, Namibia, Zimbabwe e Zambia i paesi più a rischio. E’ la Niña che continua a imperversare nel pieno dell’estate australe dopo aver colpito duramente in Australia, Filippine, Tailandia, Sri Lanka e Brasile. Ne parla il Guardian, che presenta anche un’impressionante galleria fotografica di eventi calamitosi avvenuti di recente, inclusi quelli in nord Europa, a seguito del brusco rialzo termico con scioglimento delle nevi e forti piogge.

Cuocere a fuoco lento

...un caso esemplare?

Se uno fissa la lancetta dei minuti, è praticamente impossibile vederla muoversi, ma basta distrarsi un momento per scoprire che si è spostata, e magari si è fatto tardi. Una cosa simile accade con i figli, i genitori che li hanno intorno tutti i giorni non se ne accorgono, ma chi li vede ogni tanto appena entra in casa esclama “Dio, come sono cresciuti!”. È così anche col clima, giorno per giorno ci cuoce a fuoco lento e nessuno se ne accorge, distratti come siamo dalle oscillazioni quotidiane tra maltempo e bel sole, ma basta ripercorrere i dati degli ultimi decenni, come fanno i climatologi, per scoprire che la temperatura è cresciuta a velocità allarmante, per esempio un grado in vent’anni, come si può leggere nel recente atlante climatico della regione Emilia-Romagna. Cosa vuoi che sia un grado, direte voi, quando si può passare da zero a venti gradi nell’arco di un mattino primaverile… Invece se questo grado nel giro di altri vent’anni diventano due, è come se l’Emilia fosse climaticamente “scesa” a Roma (senza i vantaggi del ponentino), e se a fine secolo diventano cinque, ecco che l’Emilia è arrivata in Africa, e i nostri nipotini con lei. In sostanza la lancetta continua impercettibilmente a scivolare verso il caldo insopportabile, anche se noi terrestri parliamo d’altro, anzi proprio perché noi parliamo d’altro, invece di pensare a come staccare la spina all’orologio del cambiamento climatico che abbiamo inavvertitamente acceso, dando fuoco ogni giorno, come facciamo, a ben 85 milioni di barili di petrolio, a non so più quante navi di carbone e chilometri cubi di gas. Tutta colpa dei cinesi, si dice in giro, e nessuno riflette che ormai ogni cosa che compriamo qui da noi (dalle sorpresine Kinder fino ai computer come quello che uso per scrivere queste note) è fatta in Cina, su ordinazione occidentale. I cinesi non sono certo responsabili delle oltre 500 miliardi di tonnellate di CO2 scaricati in aria da noialtri prima che cominciasse il loro recente sviluppo industriale. Ma da sei mesi in Cina c’è una spaventosa siccità nelle zone normalmente più piovose del sud, e in Brasile sono cadute in qualche giorno sulle favelas di Rio piogge mai viste prima per quantità e periodo. Ma non tocca solo ai poveri: solo poche settimane fa, mentre eravamo distratti del terremoto cileno, i francesi hanno avuto oltre cinquanta morti e danni enormi sulla costa atlantica quando la tempesta Cinzia ha disfatto le dighe litoranee (foto) e portato l’Atlantico in casa alla gente che ci dormiva tranquilla. L’ondata di calore dell’estate 2003 ha fatto oltre 50mila morti in Europa, di cui 18mila da noi, nel ricco nord Italia, ricordate? Allora, è la fine del mondo? Non ancora, credo, ma se non ci svegliamo potrebbe diventarlo presto. Le soluzioni ci sono ma bisogna costringere la politica a mettere subito il problema in agenda, e questo possiamo farlo solo noi, se da cittadini isolati diventiamo opinione pubblica.

750 chilometri quadrati al mese

Foresta e colture in Brasile. Foto Rodrigo Baleia/Greenpeace
Foresta e colture in Brasile. Foto Rodrigo Baleia/Greenpeace

E’ questo il tasso di deforestazione dell’Amazzonia brasiliana in agosto, doppio rispetto a quello di luglio, triplo rispetto a quello dell’agosto 2007, e talmente alto che forse indurrà il governo brasiliano, in particolare il ministro per l’ambiente, a trascinare davanti a un tribunale pezzi della sua stessa amministrazione, in particolare l’Incra (Agenzia della riforma agraria), che è accusata di aver contribuito alla deforestazione di 220mila ettari di foresta negli ultimi tre anni, oltre a grossi proprietari terrieri e allevatori di bestiame. I dati sulla deforestazione amazzonica sono aggiornati continuamente grazie al telerilevamento, attività che in Brasile compete allo specifico istituto di ricerca spaziale. La deforestazione è particolarmente dannosa per il clima perché ad essa segue il rilascio in atmosfera di immense quantità di carbonio contenuto nelle piante che vengono bruciate ma soprattutto nei terreni che vengono dissodati per essere avviati a coltura (soia, palma da olio, canna da zucchero) o destinati a pascolo. Stime recenti parlano di ben 1,5 miliardi di tonnellate di CO2 emesse ogni anno a causa della deforestazione tropicale, una quota che rappresenta il 5% emissioni complessive. Per fermare questo disastro sono in corso negoziati internazionali per dare un valore alla protezione delle foreste tropicali e far confluire in questo modo su paesi come Brasile e Indonesia i fondi necessari per attuare le necessarie e costose politiche di protezione del patrimonio forestale tropicale. Anche campagne mirate come quella recente di Greenpeace contro Unilever si sono rivelate efficaci.