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Europa 2.0

tutt'altro che un sogno

L’Europa potrebbe portare virtualmente a zero (-95%) le proprie emissioni di gas serra entro metà secolo se solo volesse. Le spese per farlo sarebbero enormi (duemila miliardi di euro) ma comunque inferiori al valore del carburante fossile risparmiato (2650 miliardi) . E’ questo il succo del nuovo rapporto Energy (R)evolution preparato da Greenpeace insieme al Consiglio europeo per l’energia rinnovabile. Lo scenario disegnato dal rapporto, analogamente a quanto già proposto da Scientific American lo scorso novembre, propone una transizione quasi totale del trasporto verso l’elettrico e un enorme aumento della produzione elettrica da fonti quali sole vento e biomasse, insieme a un drastico miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici (che condurrebbe comunque a un calo della domanda complessiva di energia). Il piano richiede anche la realizzazione di una rete elettrica europea completamente interconnessa, che consentirebbe di compensare le variazioni locali di domanda ed offerta di elettricità. I benefici, oltre che economici e climatici, sarebbero enormi anche in termini di indipendenza, sicurezza e salute, aspetto quest’ultimo molto collegato alle modalità di produzione e consumo di energia (l’energia solare non fa venire il cancro mentre quella fossile sì). Da leggere e meditare (speriamo qualcuno lo traduca in italiano per i nostri politici, una sintesi si può scaricare da qui).

Il nostro uomo alla COP

grazie Lorenzo!

Anche Pianetaserra ha un inviato a Copenaghen! Scrive per noi Lorenzo Fioramonti, collaboratore al Dipartimento di politica istituzione e storia dell’università di Bologna, collaboratore di Sbilanciamoci.info e anche autore del film The age of adaptation. Ecco di seguito il suo primo reportage.

No money, no deal

C’era da aspettarselo: la strada dei negoziati di Copenhagen prosegue in salita. La seconda e ultima settimana di lavori si apre nel segno dello scontro, con i rappresentanti africani che hanno abbandonato temporaneamente i negoziati per protestare contro il rischio che il testo finale si discosti troppo dagli impegni presi a Kyoto. Il ‘walkout’ africano di lunedì mattina ha fatto seguito ad un fine settimana molto turbolento, che ha visto la marcia dei movimenti sociali e della società civile terminare con circa un migliaio di persone arrestate. Nella capitale danese, nonostante il freddo polare, il clima si surriscalda ogni ora che passa.

In un tentativo di rimescolare le carte, il governo messicano e quello norvegese hanno presentato una proposta comune per la costituzione di un Fondo Verde che, sostenuto attraverso delle aste internazionali, riesca a finanziare le politiche di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici nei paesi in via di sviluppo. In questo modo, il mercato fa da sé e non c’è troppo bisogno di impegnare risorse ingenti hic et nunc. Ma se questa proposta offre un sospiro di sollievo ai paesi industrializzati (che non vogliono pagare il conto), mette in agitazione quelli più poveri, a partire dalle nazioni africane. Chi garantisce che i finanziamenti dal nord al sud cresceranno con il tempo? E se il prezzo dei crediti dovesse crollare (come è già accaduto nel mercato europeo)?

Le tipiche incertezze del mercato, qualcuno ci dice. Quindi, mentre la questione del debito climatico torna prepotentemente sulla scena, le proteste di attivisti, movimenti e cittadini si diffondono per il mondo. Sabato scorso c’è stata la marcia dei movimenti. Colorata, vivace e molto partecipata, nonostante l’arresto di circa un migliaio di dimostranti da parte della polizia danese. In tutto il mondo le hanno fatto eco oltre quattromila iniziative secondo Greenpeace. E la scienza? È rimasta in un angolo, sepolta dai cumuli di carte che vengono stampate, corrette ed emendate ogni ora. L’IPCC chiede infatti una riduzione di emissioni tra il 25% ed il 40% entro il 2020 per evitare che l’aumento della temperatura media del pianeta superi i 2 gradi . Ma uno studio appena pubblicato rivela che, mettendo insieme le proposte fatte finora dai principali paesi inquinanti, la riduzione ammonterebbe solo ad un 8-12%. Meno della metà di quanto sarebbe necessario. E chi pagherà il prezzo salato di un accordo che non dovesse servire a niente? (Copenaghen, 14 dicembre 2009)

Lorenzo Fioramonti,  promotore della campagna Global Reboot, resettiamo il sistema

No money, no deal

Di Lorenzo Fioramonti

C’era da aspettarselo: la strada dei negoziati di Copenhagen prosegue in salita. La seconda e ultima settimana di lavori si apre nel segno dello scontro, con i rappresentanti africani che hanno abbandonato temporaneamente i negoziati per protestare contro il rischio che il testo finale si discosti troppo dagli impegni presi a Kyoto. Il ‘walkout’ africano di lunedì mattina ha fatto seguito ad un fine settimana molto turbolento, che ha visto la marcia dei movimenti sociali e della società civile terminare con circa un migliaio di persone arrestate. Nella capitale danese, nonostante il freddo polare, il clima si surriscalda ogni ora che passa.

In un tentativo di rimescolare le carte, il governo messicano e quello norvegese hanno presentato una proposta comune per la costituzione di un Fondo Verde che, sostenuto attraverso delle aste internazionali, riesca a finanziare le politiche di mitigazione ed adattamento ai cambiamenti climatici nei paesi in via di sviluppo. In questo modo, il mercato fa da sé e non c’è troppo bisogno di impegnare risorse ingenti hic et nunc. Ma se questa proposta offre un sospiro di sollievo ai paesi industrializzati (che non voglio pagare il conto), mette in agitazione quelli più poveri, a partire dalle nazioni africane. Chi garantisce che i finanziamenti dal nord al sud cresceranno con il tempo? E se il prezzo dei crediti dovesse crollare (come è già accaduto nel mercato europeo)?

Le tipiche incertezze del mercato, qualcuno di dice. Quindi, mentre la questione del debito climatico torna prepotentemente sulla scena, le proteste di attivisti, movimenti e cittadini si diffondono per il mondo. Sabato scorso c’è stata la marcia dei movimenti. Colorata, vivace e molto partecipata, nonostante l’arresto di circa un migliaio di dimostranti da parte della polizia danese. In tutto il mondo, hanno fatto eco oltre 4,000 iniziative secondo Greenpeace. E la scienza? È rimasta in un angolo, sepolta dai cumuli di carte che vengono stampate, corrette ed emendate ogni ora. L’IPCC chiede infatti una riduzione di emissioni tra il 25% ed il 40% entro il 2020 per evitare l’aumento di 2 gradi della temperatura media del pianeta. Ma uno studio appena pubblicato rivela che, mettendo insieme le proposte fatte finora dai principali paesi inquinanti, la riduzione ammonterebbe ad un 8-12%. Meno della metà di quanto sarebbe necessario. E chi pagherà il prezzo salato di un accordo che non dovesse servire a niente?

L’autore è promotore della campagna Global Reboot, resettiamo il sistema (www.globalreboot.org)

Silvio, vai in Danimarca!

Fatti un viaggio a spese nostre...
Fatti un viaggio a spese nostre...

Segnalo l’importante campagna lanciata da Greenpeace per convincere Silvio Berlusconi a impegnarsi nel processo negoziale e nella conferenza di Copenaghen, che in dicembre dovrebbe gettare le basi per il nuovo trattato sul clima che dal 2012 sostituirà quello di Kyoto. Per partecipare ci vuole uno sforzo minimo, basta sottoscrivere un’educata e dettagliata lettera predisposta dall’organizzazione ambientalista. Se firmate fatemelo sapere con un commento a questo articolo.

Ci vogliono un po’ di palle (oops!)

Angela Merkel, politico e scienziato
Angela Merkel, politico e scienziato

Esatto, avete letto e capito giusto. Se la politica non dimostra un po’ di spina dorsale siamo fritti. E lo siamo sia per il riscaldamento globale che per la crisi economica. E’ ora di dimostrare leadership e prendere il toro per le corna. Le fonti rinnovabili, l’efficienza energetica, il ridisegno sostenibile dei sistemi di trasporto sono i temi dove si dimostra capacità di governo nel terzo millennio. Altro che chiedere in ginocchio al governo che ci finanzi l’ennesima autostrada. Altro che insistere con le centrali a turbogas o addirittura trastullarsi con il vecchio e pericoloso nucleare. Notizie recenti dicono che in California l’approccio ambiental-decisionista di Terminator Schwarzenegger e dei suoi predecessori ha già portato notevoli benefici in termini di occupazione e ricchezza, lo stesso sta apparendo con chiarezza in Germania, che sulle rinnovabili ha puntato sul serio e da anni, e ora un ponderoso rapporto internazionale ErecGreenpeace chiarisce come un approccio rinnovabile alle rinnovabili (scusate il bisticcio) potrebbe mettere in moto un’industria da 360 miliardi di dollari l’anno. E salvarci la pelle, scusate il dettaglio. “All we need to kick start this plan is bold energy policy from world leaders” dice il comunicato stampa, ciò che per l’appunto ho sintetizzato nel titolo di questo pezzo… una politica energetica coraggiosa, e una classe dirigente coraggiosa. Tanto per chiarire che non sono maschilista, finora le palle su questo argomento le ha mostrate solo Angela Merkel in Europa.

Eroi e liberi

Scalare ciminiere per difendere il clima non è reato (in Inghilterra)
Scalare ciminiere per difendere il clima non è reato (in Inghilterra)

Gli attivisti ambientali Huw Williams, Kevin Drake, Ben Stewart, Tim Hewke, Emily Hall and Will Rose (nella foto di Jiri Rezac/Greenpeace), che qualche mese fa scalarono per protesta la ciminiera di una centrale a carbone che emette 20mila tonnellate di CO2 al giorno, sono liberi e non colpevoli, lo ha deciso un tribunale inglese che, tra gli altri testi a discarico, ha sentito anche Jim Hansen della Nasa. Questa vicenda ricorda quella simile svoltasi in Puglia l’anno scorso e conclusasi altrettanto felicemente.