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Sabbie bituminose, stop dall’Europa?

Connie, pensaci tu!

Il petrolio è una faccenda piuttosto sporca, come avrete notato durante la crisi del Golfo del Messico, oppure dopo il naufragio della petroliera Prestige sulle coste della Galizia. Eppure c’è un modo di produrre petrolio  ancora più sporco del solito, quello che si pratica in Canada, dove ampie estensioni di foresta vengono disboscate per accedere alle sottostanti sabbie bituminose, che poi vengono “lavate” con enormi quantità di acqua per estrarne del greggio. Le devastazioni sono enormi, quasi inimmaginabili, l’inquinamento delle acque pure, e le emissioni di gas serra altissime. Gli Usa, sempre assetati di carburante, vorrebbero addirittura realizzare un oleodotto transcontinentale per dirigere questo petrolio canadese verso le raffinerie del Texas. In questo contesto si erge il dissenso dell’Unione europea, che si appresta a varare un divieto di importazione di questo greggio malefico sul nostro continente, grazie all’operato di Connie Hedegaard (foto), commissaria europea all’ambiente. La faccenda potrebbe avere ripercussioni anche sul tentativo di alcuni paesi di introdurre in Europa un ‘altra nefasta abitudine american, l’estrazione forzata di gas naturale dagli scisti sotterranei, ottenuta con getti di acqua o vapore ad alta pressione che frantumano il substrato roccioso (fracking). Negli Usa, dove il sottosuolo appartiene al privato che possiede il suolo, questa pratica sta causando estese contaminazioni di acque sotterranee. Qui in Europa il sottosuolo è pubblico quindi servono autorizzazioni che per il momento le ditte fanno molta fatica ad ottenere e conservare.

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Protestano contro le sabbie bituminose e li arrestano

...erano tutti boschi...

Ben 1252 americani sono stati arrestati nei giorni scorsi durante un campagna di protesta organizzata da 350.org e altri gruppi di attivisti ambientali contro la realizzazione di un nuovo oleodotto che porterà negli Usa il petrolio estratto in maniera ambientalmente catastrofica dalle sabbie bituminose del Canada. Per estrarre il petrolio da queste particolari sabbie (che in inglese si chiamano tar sands) si usa moltissima energia, circa un terzo di quella contenuta nel greggio così prodotto (il petrolio tradizionale contiene 30 o 40 volte l’energia usata per produrlo). Ciononostante, dati gli alti prezzi del petrolio sul mercato mondiale, questo prodotto resta commerciabile con profitto e la domanda è tale che si prevede la realizzazione di un’apposita tubazione per trasferire verso le raffinerie del sud un milione di barili al giorno. La protesta contro Keystone XL (così si chiama il futuro oleodotto, lungo 2700 km) ha raccolto oltre 600mila firme (tra cui la mia, per quel che può contare) e si può ancora firmare sul sito di Avaaz. In sostanza, questo nuovo prodotto petrolifero devasta irreversibilmente il territorio dove viene estratto, usa enormi quantità di energia per l’estrazione e se non verrà vietato provocherà un aumento spropositato delle emissioni serra. L’approvazione dell’oleodotto darebbe un colpo finale alle sbandierate propensioni ambientaliste di Obama. E forse anche un colpo finale alla lotta contro il riscaldamento climatico globale. Altro che crisi delle borse…

Gas di schifo, pardon, di scisto

ma che bella schifezza...

Secondo Wikipedia lo scisto bituminoso (oil shale) è una roccia sedimentaria facile a sfaldarsi, talmente ricca di bitume e altre sostanze organiche fossili, che la si può anche usare direttamente come combustibile. Siccome le fonti fossili tradizionali tendono inevitabilmente a inaridirsi e/o a divenire sempre più difficili e pericolose da raggiungere, ecco che da diversi anni l’industria estrattiva d’oltreoceano ha rivolto la propria attenzione a surrogati quali gli scisti e le sabbie bituminose (Canada) per estrarne petrolio, o i depositi di gas naturale incorporati nello scisto (shale gas dicono gli americani). Sono forme particolarmente sporche di procurarsi l’energia, anche se i sistemi più tradizionali non sono poi così puliti (qualcuno ricorda il golfo del Messico?). Per esempio l’estrazione di gas dagli scisti necessita l’iniezione nel sottosuolo di grandi quantità di acqua mista a sostanze chimiche ad alta pressione (tecnica della frantumazione idraulica, che i soliti americani chiamano fracking) ed è oggetto di forti contestazioni per le ripercussioni ambientali (inquinamento delle falde acquifere, liberazione incontrollata di metano in atmosfera), tanto che per esempio il Quebec ha recentemente sospeso le attività estrattive in attesa di approfondimenti scientifici mentre ieri l’assemblea nazionale ha votato il divieto di questa tecnica estrattiva nel sottosuolo francese. L’impressione in effetti è che stiamo raschiando il fondo del barile e che fondo sia particolarmente schifoso. Meglio il vento e il sole, no?

Il clima che cambia spiegato ai ragazzi (4)

Brucia, petrolio, brucia

Nonostante l’enorme quantità di plastica che viene prodotta, la stragrande maggioranza del petrolio estratto dal sottosuolo è trasformata in carburanti (benzina, gasolio, cherosene ecc.) e bruciata in motori o caldaie. Pensate che ogni giorno nel mondo si consumano 85 milioni di barili di petrolio, ogni barile sono 150 litri circa e quindi facendo due conti si scopre che ogni abitante del pianeta Terra brucia in media quasi due litri al giorno di petrolio!

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Il clima che cambia spiegato ai ragazzi (3)

La locomotiva Rocket di Stevenson

Motori climatici

Dopo aver introdotto nella prima puntata il riscaldamento climatico, e nella seconda l’effetto serra e l’anidride carbonica, veniamo alla domanda centrale, perché nell’atmosfera questo benedetto gas serra continua a crescere?

La “colpa” è degli inventori, in particolare degli inventori di motori. Fino a due o tre secoli fa tutto si faceva a mano o a piedi, al massimo sfruttando la forza degli animali da tiro. La costruzione di qualunque oggetto costava sudore, per non parlare dell’agricoltura e degli spostamenti, che solo i più ricchi potevano fare in carrozza o a cavallo, e che tutti gli altri facevano camminando per ore o giorni.

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Che fine ha fatto la marea nera?

...un bagnetto rassicurante non spazza via il disastro, o no?

Da quando Bp ha tappato la falla sul fondo del Golfo del Messico, di marea nera non si parla più, con grande soddisfazione delle compagnie petrolifere, che per tre mesi si sono sentite l’alito sul collo dell’opinione pubblica. Anzi no, si è parlato addirittura della scomparsa del petrolio dalle acque del Golfo: notizie recenti di fonte governativa statunitense assicuravano infatti la virtuale sparizione del greggio disperso (5 milioni di barili…) facendo riferimento all’efficacia dei solventi e dei microbi mangia-petrolio, che nel Golfo del Messico sarebbero particolarmente numerosi ed efficaci, un’evoluzione spinta dalle perdite naturali di greggio dal fondo marino. Ora però una revisione dei rapporti governativi e alcune missioni in situ ad opera di studiosi indipendenti delle università di Georgia e Florida del Sud mettono in dubbio questa visione rassicurante. Il riesame dei dati disponibili dice che il greggio, come sembra più ragionevole, in buona parte è ancora lì, disperso nell’acqua o ammucchiato, insieme ai solventi, sui fondali meno accessibili e più importanti per la riproduzione delle fauna marina. Buon bagno presidente…

Solo l’inizio?

Pelikan, e non è inchiostro...

Il numero di Internazionale in edicola (se non l’avete ancora correte a comprarlo) dedica diversi pezzi e la bellissima copertina al disastro petrolifero del golfo del Messico. L’articolo più inquietante e informativo mi è parso quello di Michael Klare (qui l’originale completo e in inglese), che ci avvisa: l’incidente della Deepwater Horizon non è un anomalia, solo un avvertimento di quel che potrebbe accadere con sempre maggior frequenza, man mano che proseguono gli sforzi forsennati di estrarre petrolio in condizioni ambientali sempre più proibitive. Com’è noto il consumo quotidiano di petrolio si aggira sugli 85 milioni di barili e la stragrande maggioranza viene usato per autotrazione ma nonostante le riserve accertate consentano di continuare a questi livelli di consumo per altri 40-50 anni i rischi connessi all’estrazione stanno aumentando a dismisura. Sono passati i tempi in cui bastava forare qualche decina di metri di terreno e veniva su lo zampillo, ora i giacimenti residui stanno sotto migliaia di metri di mare e roccia, in zone tempestose o battute dagli iceberg. Uscire da questa situazione non è banale ma è possibile, anzi indispensabile. Ne riparliamo.