Tempi duri


ce ne vorrebbe uno adesso, per la Cina

Il grande scrittore inglese Charles Dickens avrebbe compiuto duecento anni un mese fa, i giornali ne hanno parlato per un po’, e così per celebrarlo anch’io nel mio piccolo ho tirato fuori dalla biblioteca domestica un suo libro, che se ne stava lì tranquillo da molti anni in attesa che mi venisse voglia di leggerlo. Il romanzo si chiama Tempi difficili, mentre l’originale “Hard times” andrebbe tradotto molto più efficacemente e realisticamente “Tempi duri”. E’ una vicenda drammatica che si svolge in una simbolica Coketown, la città del carbone, avvolta dai “serpenti di fumo” delle ciminiere, nella quale si ravvisa l’immagine dell’Inghilterra del tempo, dove la rivoluzione industriale in pieno svolgimento macchiava di polvere nera di carbone e di fuliggine il paesaggio e i volti stanchi degli operai e delle operaie, costretti alle macchine per lunghissimi turni, sei giorni alla settimana.
Se rinascesse un Dickens oggi sarebbe cinese. Nella Cina odierna i “Tempi duri” dell’arricchimento e dell’industrializzazione a tappe forzate sono purtroppo ancora legati al carbone e allo sfruttamento bestiale di milioni di operai, che invece di stare ai telai come quelli inglesi dell’Ottocento, producono in grandissima serie i pezzi del microcomputer con cui scrivo e dei telefonini superaccessoriati ora tanto di moda. Con la differenza sostanziale che se il novello Dickens tentasse di pubblicare in Cina un libro come Hard times finirebbe presto in cella per aver osato criticare il sistema, mentre nella democratica Inghilterra i suoi romanzi, pubblicati a puntate e letti avidamente da milioni di persone, furono di stimolo per le lotte sindacali e politiche che condussero a legislazioni via via più protettive, prima per le condizioni di lavoro, e più di recente per la vita e l’ambiente in generale. Grazie Charles.

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Un pensiero su “Tempi duri”

  1. Se si limitassero a produrre accessori elettronici potrebbe ancora andare. Il problema è purtroppo di una vastità impensabile. Ormai la Cina, India e le altre economie emergenti producono la maggior parte dei prodotti di largo consumo e pure quelli di nicchia che troviamo in commercio. I loro standard ambientali e sociali sono naturalmente più bassi dei nostri (è proprio per questo che i nostri imprenditori spostano le produzioni in quei paesi) e la loro produzione di gas a effetto serra bilancia e supera di gran lunga i nostri guadagni di efficienza (dovuti quasi interamente al semplice spostamento della produzione altrove). Ai nostri figli non rimane che imparare il cinese e a respirare CO2. Più la guardo meno mi piace la globalizzazione. Salut.

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