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Duecento miliardi per il clima

non toccatele il suo 20%...

Secondo l’agenzia specializzata European Energy Review l’Unione europea si appresta a varare un bilancio poliennale 2014-20 da mille miliardi di euro, di cui il 20% destinati alle attività di contrasto del cambiamento climatico. La cifra fa impressione, ma se consideriamo che si spalma su ben sette anni e su quasi mezzo miliardo di abitanti, ne risultano una quindicina di centesimi al giorno a testa. Eppure questi pochi soldini hanno un’importanza capitale, servono ad attuare una miriade di provvedimenti tesi a raggiungere l’obiettivo di tagliare del 20 % le emissioni di gas serra, introdurre un 20% di fonti energetiche rinnovabili e di tagliare del 20 % i consumi di energia, il tutto entro il fatidico 2020. Pare che la commissaria Hedegaard (foto) abbia mostrato i denti per avere questa grossa fetta di bilancio a disposizione, ma che sia una lottatrice si era capito anche durante la conferenza di Durban, che non è stata un fallimento totale solo grazie ai suoi sforzi. Con questi soldi si gettano probabilmente delle basi piuttosto robuste per tagli ancora più drastici che devono essere raggiunti entro il 2050, anno per il quale l’Unione si aspetta di ridurre le emissioni serra anche fino all’80% meno del 1990. Una politica coraggiosa e lungimirante, che serve da sprone anche al resto del mondo perché si decida a fare la propria parte, speriamo prima possibile.

Sospendiamo il protocollo di Kyoto?

forse John ha ragione...

Sembra un’idea assurda, chi la propone però non è certo un negazionista, anzi. Si tratta del laburista inglese John Prescott, uno dei protagonisti del negoziato internazionale che portò alla definizione del protocollo di Kyoto nell’ormai remoto 1997. Il protocollo è il primo trattato internazionale che ha imposto agli aderenti di controllare e ridurre le emissioni di gas serra. Per l’Italia il protocollo prevedeva un taglio del 6,5% delle emissioni rispetto al livello del 1990, sembra poco ma in realtà per tagliare le emissioni prima di tutto i paesi aderenti hanno dovuto invertire un trend in salita, il che per l’Italia ha significato un taglio di oltre il 15% rispetto al picco di emissioni raggiunto nel 2004. Ora questo trattato sta per scadere e questo è un dramma perché le nazioni non si riescono ad accordare su cosa deve sostituirlo. Allora, dice Prescott, mettiamolo in animazione sospesa in modo che rimanga in vigore con tutti i suoi meccanismi (che tra l’altro prevedono trasferimenti di risorse verso i paesi più poveri) finché non verrà raggiunto il nuovo compromesso. Maggiori dettagli sulla proposta sono disponibili sull’informatissimo Guardian.

Un pallone gonfiato contro la CO2

e questo è solo l'inizio...

Secondo il Guardian, ben informato quotidiano inglese, sta per partire in Gran Bretagna un esperimento scientifico che consisterà nel sollevare con un pallone frenato fino a un km di quota un tubo dal quale verrà spruzzata dell’acqua, in sostanza un colossale esperimento di irrigazione atmosferica. Si tratta di una prova di fattibilità per un esperimento ben più ambizioso, che secondo il suo ideatore, lo scienziato Matthew Watson, dovrebbe portare l’estremità di un tubo dal suolo fino alla quota di venti km, cioè in piena stratosfera, per mezzo di un pallone che probabilmente avrà il diametro di uno stadio di calcio, circa 200 metri. Da questo secondo tubo gli scienziati vorrebbero spruzzare non più acqua ma alcune sostanze chimiche analoghe a quelle sparate in cielo dai vulcani, sostanze che hanno la proprietà di raffreddare il clima terrestre finché restano sospese in aria. In effetti ogni volta che sul nostro pianeta si verifica un’eruzione di grandi proporzioni, per qualche tempo il clima globale ne risente raffreddandosi a causa dell’effetto riflettente che il materiale eruttato ha sulla luce in arrivo dal sole. L’ultimo caso del genere fu quello del vulcano filippino Pinatubo che eruttando nel 1991 contribuì a una temporanea stasi del riscaldamento globale per un paio d’anni. Qual è il ragionamento dietro un esperimento così costoso e complicato? In pratica si parte dalla constatazione che non c’è verso di ridurre le emissioni umane di anidride carbonica e altri gas serra, che l’anno scorso nonostante la crisi hanno toccato il massimo assoluto e che non accennano minimamente a rallentare. Con il megatubo stratosferico si potrebbero pompare artificialmente in cielo le sostanze “rinfrescanti” opportunamente dosate, in maniera da contrastare gli effetti riscaldanti dei gas serra antropici. La neonata disciplina della “geoingegneria” in pratica si propone di intervenire sulla Terra nel suo complesso per regolarne il clima. Naturalmente da molte parti c’è un notevole scetticismo sia sulla concreta realizzabilità del “vulcano artificiale” sia sulla effettiva efficacia di questo metodo e soprattutto su eventuali effetti collaterali imprevisti che un simile intervento chimico potrebbe avere sulla stratosfera e sul pianeta in generale. Per il momento comunque la prova in miniatura si farà, quindi avremo modo di tornare sull’argomento commentandone i primi risultati.

Il clima che cambia spiegato ai ragazzi (3)

La locomotiva Rocket di Stevenson

Motori climatici

Dopo aver introdotto nella prima puntata il riscaldamento climatico, e nella seconda l’effetto serra e l’anidride carbonica, veniamo alla domanda centrale, perché nell’atmosfera questo benedetto gas serra continua a crescere?

La “colpa” è degli inventori, in particolare degli inventori di motori. Fino a due o tre secoli fa tutto si faceva a mano o a piedi, al massimo sfruttando la forza degli animali da tiro. La costruzione di qualunque oggetto costava sudore, per non parlare dell’agricoltura e degli spostamenti, che solo i più ricchi potevano fare in carrozza o a cavallo, e che tutti gli altri facevano camminando per ore o giorni.

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Incandescenti da buttare

...fluorescente è meglio...

E’ un discorso già fatto ma repetita iuvant. Una vecchia lampadina a incandescenza da 60 watt si sostituisce con una fluorescente da 10 W, fa la stessa luce e un bel taglio al consumo. Infatti nelle sue mille ore di vita incandescente la lampadina consuma 60 chilowattora, che con l’attuale sistema italiano di produzione elettrica corrispondono a 30 kg di CO2 (è una stima benevola, potrebbero essere di più). In ogni casa d’Italia di lampadine ce n’è una decina, fanno circa 200 milioni di pezzi che se fossero tutti sostituiti darebbero un taglio di almeno 5 milioni di tonnellate alle nostre emissioni annuali, un bell’aiuto al clima e anche un considerevole risparmio in bolletta. E nel caso vi scocci pagarle quei 4 o 5 euro che costano, rispetto a un euro di quelle tradizionali, tenete conto che durano cinque o sei volte di più quindi l’aumento è solo apparente. In ogni caso l’Onu preme perché le vecchie lampadine vengano messe al bando, quindi diventeranno presto un articolo per collezionisti, un po’ come i dischi in vinile.  Ricordate comunque che le lampadine fluorescenti quando si rompono vanno smaltite correttamente perché contengono mercurio, una sostanza tossica che non deve disperdersi nell’ambiente, quindi non si buttano nel pattume ma vanno consegnate ai centri di smaltimento comunali. E nel caso qualcuno sostenga che fanno male alla salute ecco i risultati degli studi più recenti (che in sostanza dicono che solo persone con particolari problemi potrebbero risentirne).

Messico e nuvole

 

...lo capiscono anche i bambini...

 

Ci risiamo, un’altra conferenza mondiale sul clima è alle porte e tutti già sanno che sarà un fallimento. Stavolta la grande carovana di delegati da 190 paesi si riunirà sulla costa messicana, nel centro balneare di Cancùn, un tempo magnifico promontorio sul Golfo del Messico ridotto ora a brutta fungaia di alberghi verticali per turisti americani, dove io non metterei mai piede. Ci metteranno piede invece migliaia di persone a dicembre per partecipare alla conferenza COP16, alcuni nella speranza di un accordo globale per il taglio delle emissioni di co2, molti altri nella speranza opposta di bloccare l’accordo e tornare a casa ad inquinare come se niente fosse. Intanto il pianeta si riscalda e il 2010 si avvia ad essere un anno record, come avevano previsto i meteorologi inglesi l’anno scorso alla COP15 di Copenaghen. I motivi del fallimento prossimo venturo sono molteplici e complessi, mettiamoci prima di tutto la delicata situazione in cui si trova Obama a causa delle prossime elezioni di metà mandato (e non di “medio termine” come si sente dire da certi giornalisti) che sconsiglia di assumere prese di posizione radicali sulla questione delle emissioni statunitensi, mettiamoci anche la voglia dei paesi emergenti, i cosiddetti Basics (Brasile Sudafrica India e Cina), di continuare a crescere senza lasciarsi condizionare da trattati vincolanti, e da ultimo mettiamoci anche un’opinione pubblica mondiale distratta da altre questioni tutt’altro che banali come il nucleare in Corea del Nord e Iran, la perdurante crisi del Medio Oriente, le guerre interminabili in Iraq e Afganistan, col loro sanguinoso strascico di morti. Comunque non tutti sono distratti, come dimostrano gli oltre 7000 eventi del Global work party, organizzato da 350.org, l’organismo non governativo che chiede al mondo di abbassare il livello della co2 dagli attuali 390 ppm ai 350 di trent’anni fa, un livello considerato più sicuro per contrastare l’aumento globale delle temperature.

Emissioni italiane sotto il livello del 1990

...cominciamo a rallentare...

Secondo le anticipazioni fornite ieri a Roma alla conferenza dell’Ispra sull’inventario nazionale delle emissioni in atmosfera, nel 2009 l’Italia avrebbe emesso “solo” 496 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, scendendo, per la prima volta da vent’anni, sotto il livello di riferimento adottato dal protocollo di Kyoto. Il dato non è ufficiale (lo sarà purtroppo solo tra un anno, com’è prassi per questi dati, che seguono una lunga trafila prima di essere approvati a livello internazionale) ma in pratica se la discesa preannunciata continuasse così anche quest’anno potremmo per la prima volta toccare il nostro obiettivo di Kyoto già dal 2010 . Ricordo che il protocollo, che abbiamo sottoscritto nel 1998 e poi ratificato nel 2002, ci impone di tagliare le nostre emissioni di gas serra, portandole nel quinquennio 2008-2012 al di sotto di 483 milioni di tonnellate l’anno (-6,5% sotto il livello del 1990) . Si tratta di una intensificazione della tendenza alla diminuzione delle emissioni italiane che si era resa visibile già dal 2006, dopo il picco raggiunto nel 2005 (572 Mton) ed era proseguita anche negli anni successivi. Buona parte di questa caduta del 2009 sarebbe purtroppo da ricollegarsi alla grave crisi economica che colpisce il nostro paese (non tutto il male…), anche se in qualche misura sono anche leggibili i primi effetti di politiche di sostegno alle rinnovabili e all’efficienza energetica adottate negli anni scorsi da diversi governi.