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Meglio i trattori o le astronavi? meglio i trattori…

alle origini del vento

Se uno non legge niente pensa di sapere tutto, appena si mette a leggere qualcosa scopre di non sapere niente. A me è capitata l’ennesima conferma con il bel libro intitolato Wind Power, scritto di recente da un decano dell’energia eolica inglese, il prof. Peter Musgrove. Il testo è documentatissimo eppure di piacevole lettura e traccia la storia dell’energia eolica dalle origini medievali ai giorni nostri. Beh, ho scoperto che la più famosa azienda mondiale del settore, la danese Vestas, all’origine era una piccola fabbrica di macchinari agricoli e di gru mobili, con un centinaio di dipendenti. Verso la fine degli anni Settanta i proprietari acquistarono il brevetto di una turbina di nuova concezione realizzata artigianalmente da due ingegneri (Karl Erik Jorgensen, nella foto, e Henrik Stiesdal) e dal 1979 si misero a produrla in serie. Furono assai preveggenti perché di lì a poco esplose la domanda di turbine eoliche per il mercato californiano (favorita da agevolazioni introdotte negli Usa sulla spinta della crisi petrolifera del 1973). I governanti americani investirono somme colossali per lo sviluppo di un proprio settore eolico ma destinarono i fondi all’industria aerospaziale, e non certo a quella agricola, convinti che solo da lì sarebbero venute macchine potenti e innovative. Invece da quegli sforzi non scaturì niente di concreto, mentre prevalsero le sane e robuste macchine danesi, le cui gigantesche discendenti la fanno tutt’ora da padrone sui mercati europeo e globale dell’eolico. Mercati che continuano a crescere con ritmi da capogiro, con il prepotente ingresso sulla scena dei cinesi. Ma questa è un’altra storia.

Sette miliardi, e non tutti sazi

...meglio la polenta...

Avrete forse notato in edicola la copertina di National Geographic che “lancia” i sette miliardi di abitanti umani previsti per la fine di quest’anno (bellissimo il video spot sul sito). Solo dodici anni fa eravamo in sei miliardi mentre alla mia nascita, nel lontano 1958, il mondo non superava i 3 miliardi di abitanti. Ogni anno 80 milioni di nuove bocche da sfamare si aggiungono a quelle già presenti, se preferite sono 200mila al giorno. La popolazione non cresce solo nei paesi poveri, per esempio negli Stati Uniti c’è un nuovo abitante ogni otto secondi. Va comunque detto che la crescita sta drasticamente rallentando, tanto che i demografi delle Nazioni unite ritengono che dal 2050 in avanti, dopo aver raggiunto un picco di nove miliardi, la popolazione umana comincerà a calare, dato che in verità il suo tasso di aumento non fa che diminuire, e a un certo punto si invertirà. Ma fino ad allora (e anche dopo), riusciremo a nutrire così tanta gente? Parrebbe di sì, le terre non mancano e non sono ancora tutte coltivate (come dimostra la corsa all’accaparramento di terreni africani da parte di cinesi ed emiri); le rese medie dei cereali sono cresciute ancora e la ricerca agronomica per migliorarle non rallenta, però c’è un però. Il problema ce lo descrive in dettaglio il vecchio ma sempre lucido Lester Brown, che in un recente intervento su Foreign Policy dipinge l’incombente crisi alimentare, alimentata da numerosi fattori collegati sia al versante della domanda (che continua a salire per il fattore demografico suddetto, ma anche per la crescente ricchezza che induce a consumi sempre meno vegetariani e per la folle conversione – sovvenzionata – di cereali in etanolo per autotrazione) sia al versante dell’offerta (erosione dei suoli, scarsità idrica crescente, ondate di calore, alluvioni, tutti fattori che limitano la produzione). La domanda globale di cereali è raddoppiata passando dai 21 milioni medi degli anni 90-2005 ai 41 milioni degli ultimi cinque anni. I prezzi ne risentono al punto che in diversi paesi ci sono rivolte per il pane (o la tortilla, nel caso del Messico). Per evitare che le cose precipitino ulteriormente Brown raccomanda di diminuire le spese militari ed investire risorse per la conservazione del suolo e dell’acqua, la protezione del clima e la ricerca agricola. Chissà chi gli darà retta…

Gli effetti diretti della CO2

Foglie velenose?
Foglie velenose?

Sapevamo già che i popoli più poveri sono soggetti ai più forti impatti del cambiamento climatico attuale e prossimo venturo. Ora però salta fuori che la crescita della CO2 può avere impatti negativi diretti senza intermediazioni: di recente New Scientist ha dato rilievo a uno studio sulla cassava o manioca, una coltura molto importante per le popolazioni povere dell’Africa, che ne fanno largo uso alimentare, soprattutto trasformando in farina le radici. Anche le foglie di questa pianta hanno un utilizzo alimentare, ma contengono tracce di acido cianidrico, sostanza tutt’altro che benefica per il corpo umano e che tende ad aumentare la propria concentrazione nelle foglie in presenza di concentrazioni maggiori di CO2 in aria. Già oggi a causa dell’imperfetta manipolazione della cassava molti bambini soffrono di konzo, una forma irreversibile di paralisi delle gambe dovuta all’acido cianidrico. Se le concentrazioni di co2 dovessero raggiungere le 500 ppm entro il 2050 questo significherebbe anche il raddoppio della pericolosità della cassava come alimento, dice lo studio citato da New Scientist. Un motivo in più per spingere i governi del mondo all’accordo di Copenaghen, come sta continuando a fare Ban Ki-moon il segretario dell’Onu, che di recente ha lanciato un altro appello in questo senso.

Benvenuto CliMario

Unaltro dizionario...
Un altro dizionario...

Un po’ per noia e un po’ per passione ho aggiunto a Pianetaserra una nuova pagina, un dizionario climatico che speriamo risulti utile ai miei (pochi) lettori. Si chiama CliMario e per ora contiene qualche decina di voci, tutte interconnesse, secondo la logica dell’ipertesto. La cosa è nata dalla constatazione che opere simili in circolazione sul web contengono diversi svarioni, che per carità di patria non cito. E visto che nessuno è senza peccato a questo punto dichiaro aperto anche CliMario per la caccia all’errore. Buona consultazione!

Tornare alla carboneria

Un nuovo carbonaro...
Un nuovo carbonaro...

Non è un invito alla ricostituzione di movimenti libertari clandestini (anche se forse qualcuno ce ne vorrebbe, dati i tempi), è invece uno sbocco possibile per il problema dell’anidride carbonica: sequestrarla nella carbonella vegetale e seppellirla nel terreno. I carbonai o carbonari lo facevano nel passato anche nei nostri boschi, fabbricavano grandi cataste di rami d’albero e poi le facevano lentamente bruciare, anche se in tale scarsità d’ossigeno che il termine bruciare non è esatto, i chimici infatti chiamano questo procedimento pirolisi, ovvero decomposizione in presenza di calore. Il legname così trattato si trasforma in uno stabile deposito di carbonio che può essere incorporato nel terreno senza timore di ulteriori decomposizioni. In teoria tutti i residui vegetali di origine agroforestale potrebbero essere trattati in questa maniera e molti ricercatori, tra cui l’italiano Franco Miglietta del Cnr (foto), si stanno attivamente occupando della cosa nell’ambito della International Biochar Initiative. Della questione si occupa anche il Corriere della Sera con un articolo e il Sole24Ore con inchiesta e filmati. Tanto per fare un esempio, in Italia si producono ogni anno circa venti milioni di quintali tonnellate di paglia di grano e altri cereali, corrispondenti a circa 36 milioni di ton CO2. Se fossero tutti sequestrati sottoterra cancellerebbero il 6-7% delle emissioni nazionali di anidride carbonica. Aggiungeteci tutti i residui legnosi e la cosa comincia a diventare molto interessante, no?

La tempesta perfetta

200mila varietà di grano sono abbastanza?
200mila varietà di grano sono abbastanza?

Secondo Cary Fowler, che dirige il Global Crop Diversity Trust (Fondazione globale per la biodiversità delle colture), l’agricoltura mondiale sta per fronteggiare una tempesta perfetta, composta da tre ingredienti: un tasso di estinzione senza precedenti di varietà agricole, un aumento senza precedenti della popolazione mondiale, un riscaldamento del pianeta senza precedenti da quando si pratica l’agricoltura stessa. Per prepararsi alla tempesta la Fondazione ha creato (spendendo 9 miliardi di dollari) nel gelido suolo delle isole Svalbard, a nord della Norvegia, un deposito di semi agricoli provenienti da tutto il pianeta. Considerate che solo di grano nel mondo sono censite circa 200mila diverse varietà, ma considerate anche che delle oltre settemila varietà di melo che esistevano negli stati Uniti nell’Ottocento, ne sopravvivono oggi solo il 15%. La biodiversità delle colture è un patrimonio essenziale per l’umanità, dato che i geni contenuti in una varietà selvatica di frumento possono salvare quelle coltivate da malattie micidiali e altrimenti incurabili. I genetisti agrari di tutto il mondo sono ora a caccia di caratteri genetici che consentano alle colture di sopravvivere agli stress climatici che si prospettano da qui a fine secolo. Per saperne di più leggere qui (in inglese).