Archivi tag: Cibo

Sette miliardi, e non tutti sazi

...meglio la polenta...

Avrete forse notato in edicola la copertina di National Geographic che “lancia” i sette miliardi di abitanti umani previsti per la fine di quest’anno (bellissimo il video spot sul sito). Solo dodici anni fa eravamo in sei miliardi mentre alla mia nascita, nel lontano 1958, il mondo non superava i 3 miliardi di abitanti. Ogni anno 80 milioni di nuove bocche da sfamare si aggiungono a quelle già presenti, se preferite sono 200mila al giorno. La popolazione non cresce solo nei paesi poveri, per esempio negli Stati Uniti c’è un nuovo abitante ogni otto secondi. Va comunque detto che la crescita sta drasticamente rallentando, tanto che i demografi delle Nazioni unite ritengono che dal 2050 in avanti, dopo aver raggiunto un picco di nove miliardi, la popolazione umana comincerà a calare, dato che in verità il suo tasso di aumento non fa che diminuire, e a un certo punto si invertirà. Ma fino ad allora (e anche dopo), riusciremo a nutrire così tanta gente? Parrebbe di sì, le terre non mancano e non sono ancora tutte coltivate (come dimostra la corsa all’accaparramento di terreni africani da parte di cinesi ed emiri); le rese medie dei cereali sono cresciute ancora e la ricerca agronomica per migliorarle non rallenta, però c’è un però. Il problema ce lo descrive in dettaglio il vecchio ma sempre lucido Lester Brown, che in un recente intervento su Foreign Policy dipinge l’incombente crisi alimentare, alimentata da numerosi fattori collegati sia al versante della domanda (che continua a salire per il fattore demografico suddetto, ma anche per la crescente ricchezza che induce a consumi sempre meno vegetariani e per la folle conversione – sovvenzionata – di cereali in etanolo per autotrazione) sia al versante dell’offerta (erosione dei suoli, scarsità idrica crescente, ondate di calore, alluvioni, tutti fattori che limitano la produzione). La domanda globale di cereali è raddoppiata passando dai 21 milioni medi degli anni 90-2005 ai 41 milioni degli ultimi cinque anni. I prezzi ne risentono al punto che in diversi paesi ci sono rivolte per il pane (o la tortilla, nel caso del Messico). Per evitare che le cose precipitino ulteriormente Brown raccomanda di diminuire le spese militari ed investire risorse per la conservazione del suolo e dell’acqua, la protezione del clima e la ricerca agricola. Chissà chi gli darà retta…

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Clima e spaghetti

...un numero da imparare a memoria...

Il prossimo 10 ottobre 2010 (10/10/10!) si celebra una giornata internazionale di festa e di azione climatica organizzata da 350.org, il sito che lo scrittore ambientalista Bill MacKibben ha messo in piedi per ricordarci quale dovrebbe essere, secondo un importante gruppo di scienziati del clima, il livello atmosferico dell’anidride carbonica: non più di trecentocinquanta parti per milione, e non le attuali 390 (che oltretutto aumentano ogni anno di quasi due punti). L’aumento dell’anidride carbonica in atmosfera è dovuto come ben sapete alla continua e crescente combustione di carbone, petrolio, gas naturale e altre sostanze organiche da parte dell’umanità, almeno di quella parte di umanità che definiamo industrializzata. La capacità di assorbimento della natura è stata ampiamente superata e il gas si accumula in aria, con le conseguenze che stiamo osservando da anni: aumento delle temperature, scioglimento dei ghiacci, disastri climatici. L’unica strada possibile per impedire che le tendenze attuali dell’effetto serra ci portino alla catastrofe finale della civiltà consiste nel diminuire drasticamente i consumi di energia fossile. Cosa fare allora il 10 ottobre (una domenica)? Siccome la disponibilità di cibo è minacciata dal cambiamento climatico, gli incendi della Russia e le alluvioni del Pakistan stanno lì a dimostrarlo drammaticamente, e siccome siamo in Italia, mi viene in mente di organizzare una spaghettata, cioè discutere di clima e di anidride carbonica davanti a un buon piatto di pasta con tutti gli amici che vorranno farlo.  Volete aiutarmi?

Acqua minerale: maledette bottigliette!

Bevi dalla fontana, che sei bella lo stesso...
Bevi dalla fontana, che sei bella lo stesso...

Nel nostro paese la bottiglietta d’acqua è diventata un feticcio. Sotto l’impatto di un numero impressionante di spot pubblicitari, non c’è italiano o italiana che non compri una o più bottigliette d’acqua al giorno, al bar, alla mensa o all’onnipresente distributore automatico. Il telefonino in una mano e la bottiglietta nell’altra, è questa ormai  la tipica immagine pubblica della studentessa o del giovanotto italiano. In ogni scuola, università, ufficio o fabbrica, per 300 giorni l’anno, per decine di milioni di persone, fanno montagne di plastica, navi intere di petrolio, flotte di camion, emissioni inquinanti e climalteranti a gogo. Uno studio recente pubblicato sulla rivista scientifica Environmental research letters e ripreso dal sito Galileonet ha evidenziato che tra produzione della bottiglia e trasporto, senza neanche tener conto dello smaltimento del rifiuto, l’acqua imbottigliata può arrivare ad avere un costo energetico 2000 (duemila!) volte superiore all’acqua di rubinetto. Sarà mica ora di darci un taglio? Per esempio le amministrazioni pubbliche e le scuole dovrebbero vietare l’installazione dei frigoriferi (accesi continuamente e di cui oltretutto pagano anche la bolletta elettrica) nei propri spazi. O quantomeno metterci sopra un cartello con scritto “Nuoce gravemente alla salute del pianeta”!

Gli effetti diretti della CO2

Foglie velenose?
Foglie velenose?

Sapevamo già che i popoli più poveri sono soggetti ai più forti impatti del cambiamento climatico attuale e prossimo venturo. Ora però salta fuori che la crescita della CO2 può avere impatti negativi diretti senza intermediazioni: di recente New Scientist ha dato rilievo a uno studio sulla cassava o manioca, una coltura molto importante per le popolazioni povere dell’Africa, che ne fanno largo uso alimentare, soprattutto trasformando in farina le radici. Anche le foglie di questa pianta hanno un utilizzo alimentare, ma contengono tracce di acido cianidrico, sostanza tutt’altro che benefica per il corpo umano e che tende ad aumentare la propria concentrazione nelle foglie in presenza di concentrazioni maggiori di CO2 in aria. Già oggi a causa dell’imperfetta manipolazione della cassava molti bambini soffrono di konzo, una forma irreversibile di paralisi delle gambe dovuta all’acido cianidrico. Se le concentrazioni di co2 dovessero raggiungere le 500 ppm entro il 2050 questo significherebbe anche il raddoppio della pericolosità della cassava come alimento, dice lo studio citato da New Scientist. Un motivo in più per spingere i governi del mondo all’accordo di Copenaghen, come sta continuando a fare Ban Ki-moon il segretario dell’Onu, che di recente ha lanciato un altro appello in questo senso.