una casa di classe A?

Tutti sanno che esistono i frigoriferi di classe A e anche A+ e A++, uno standard europeo che garantisce al compratore, qualunque sia la marca o il negozio, che il frigo in acquisto consuma meno degli altri (per sapere quanto e altri dettagli scaricare l’utile libriccino dell’Enea sull’Etichetta Energetica).

Siccome le case dove viviamo consumano una grande quantità di energia per il riscaldamento (e da qualche anno anche per il condizionamento) qualcuno ha pensato di congegnare anche per le case un’etichetta energetica, ricavata da un’opportuna procedura di certificazione energetica, in modo che l’acquirente quando compra casa sappia a quali livelli di consumo energetico e relative spese stia andando incontro. Un sistema applicato per esempio in provincia di Bolzano (si chiama KlimaHaus o CasaClima) o a Reggio Emilia. Fin qui tutto bene. L’ultimo numero di QualEnergia però ci informa, con un dettagliato pezzo di Patricia Ferro, che in Italia è in corso un fenomeno inquietante: l’applicazione della direttiva europea che regola questo settore sta avvenendo ad opera di singole regioni, stufe di aspettare un provvedimento nazionale di attuazione della direttiva che tarda ad arrivare. Regole diverse applicate da enti diversi producono risultati diversi, il primo tra i quali è che l’acquirente di una casa di Classe A non sa più cosa compra o per dirla con l’autrice “in tutta questa confusione chi esce perdente è il cittadino che a parità di caratteristiche energetiche trova classificazioni diverse nelle varie regioni.” Il solito paese di Pulcinella…

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Le tristi storie delle auto elettriche (2)

Pila di EV1 rottamate dalla GM a Phoenix
Pila di EV1 rottamate dalla GM a Phoenix

Questa storia è diventata addirittura un film documentario del 2006 intitolato “Who killed the electric car” (chi ha ucciso l’auto elettrica). Qui invece di un Suv elettrificato, come nel post precedente, si parla di un’auto appositamente progettata, poi noleggiata a qualche centinaio di persone, ritirata e demolita (!) dalla General Motors: è la storia della EV-1, generosamente descritta sulla solita Wikipedia.

Le tristi storie delle auto elettriche

Il fortunato Darrell.
Il fortunato Darrell.

Tra le pagine del sito del Sierra Club, benemerita ed antica associazione ambientalista americana, si può fare la conoscenza con un certo signor Darrell Dickey che da dieci anni è fortunato possessore di un Suv Toyota Rav4. E cosa ce ne importa, direte voi? La cosa interessante è che il Suv del sig. Dickey è completamente elettrico, raggiunge i 120 km/h, ha un autonomia di di 160-190 km e soprattutto si ricarica con l’impianto fotovoltaico comprato insieme all’auto ed installato sul tetto di casa. In una parola Darrell viaggia gratis, non emette alcunché (né inquinanti né rumore) e si gode un comodo e ampio mezzo di trasporto privato con la ben nota affidabilità giapponese. Il tutto avendo speso 45mila dollari una tantum dieci anni fa, soldi che si sono già ampiamente ripagati grazie alla corrente prodotta sul tetto e rivenduta alla rete. Come sapete i motori e le auto elettriche sono estremamente meno complicati di quelli a scoppio per cui anche i costi di manutenzione sono prossimi allo zero. Bene, direte voi, dov’è che si compra questa Toyota, che ne voglio subito una anch’io? La risposta è: da nessuna parte. Per capire come mai bisogna leggere (in inglese) la storia della Rav4EV, il modello elettrico del ben noto Suv giapponese. La cosa più sconcertante che si scopre leggendo queste informazioni è che non solo l’auto non è più in vendita ma è impossibile costruirla di nuovo o farne una simile perchè non esistono più le fondamentali batterie speciali al NiMH (nickel-metallo idruro) da 95 ampereora di cui era dotata. E chi è che ha reso impossibile la costruzione di queste batterie, smantellando persino l’impianto di prouzione? Il proprietario del brevetto! Non si tratta di un matto, si tratta invece della Chevron-Texaco, colosso petrolifero statunitense, che ha zero interesse a vedersi diffondere sul mercato mezzi di trasporto come quello descritto prima… (continua)

giù il petrolio, su il carbone…

Miniera di carbone a cielo aperto
Miniera di carbone a cielo aperto

Quest’anno il prezzo del petrolio è salito talmente (ora però è risceso) che tutti si sono resi conto della necessità di ricorrere alle fonti energetiche alternative. Bene, voi pensate al sole e al vento? Sbagliato, l’alternativa è… il carbone! Abbiamo appena assistito all’inaugurazione della centrale a carbone di Civitavecchia (Enel), con tanto di gaffe del ministro Scajola. In Inghilterra invece ben 55 nuove miniere di carbone a cielo aperto sono state autorizzate o lo saranno presto. Anche in Sardegna il presidente Soru, invece che al vento pensa al pessimo carbone del Sulcis. Si tratta di un paradosso spiegabile solo con la follia tutta italiana dei cosiddetti finanziamenti CIP6, che gravano sulla bolletta energetica di noi tutti. Ricordiamo che tra tutte le fonti energetiche fossili il carbone è la più sporca e pericolosa per la salute, per l’ambiente e per il clima, sia in fase di estrazione che di combustione. Purtroppo importanti paesi come la Cina, Gli Usa e la Germania dipendono dal carbone per gran parte della propria produzione elettrica.

350, e non una di più

James Hansen
James Hansen

James Hansen è uno scienziato famoso, dirige il centro di ricerche Goddard della Nasa da molti anni, pubblica regolarmente su Science e Nature, e le sue opinioni hanno un peso molto grande, tanto che di frequente viene ascoltato al Congresso Usa. Bene, da qualche mese Hansen sta diffondendo un messaggio urgente. Il messaggio dice che la concentrazione dei gas serra sul nostro pianeta ha già superato il livello di allarme e che non solo bisogna interrompere la tendenza all’aumento che in due secoli ci ha portato da 280 a 385 parti per milione di CO2, ma che bisogna tornare indietro, verso il livello di 350 ppm, che lui considera abbastanza sicuro da evitare cambiamenti climatici catastrofici. Bisogna cioè riportare al più presto le emissioni di anidride carbonica sotto controllo, in particolare mettendo “fuori legge” il carbone, la fonte fossile più sporca, ma anche quella più utilizzata per la produzione elettrica, non solo in Cina ma anche in Germania e negli Stati Uniti. Per saperne di più e anche per ascoltare un intervento pubblico di Hansen cliccare qui. Nella stessa pagina si può anche scaricare l’articolo tecnico alla base delle preoccupazioni qui esposte: in sostanza il lavoro dice che se si superano certi livelli di gas serra in atmosfera, sul pianeta si innescano dei fenomeni incontrollabili (ad esempio l’emissione di metano dalle tundre siberiane) che provocano un ulteriore riscaldamento, e che possono portare rapidamente allo scioglimento di vaste masse di ghiaccio sia in Antartide che sulla Groenlandia. Hansen e colleghi hanno riesaminato tutte le evidenze paleoclimatiche disponibili e hanno tratto da esse motivo per proporre l’obiettivo delle 350 ppm di anidride carbonica.

La nobile arte del “cap and share”

Emissioni di gas serra (tonnellate/anno pro capite)
Emissioni di gas serra (tonnellate/anno pro capite)

Ammettiamolo, abbattere le nostre emissioni di gas serra non è facile, specie in un paese come l’Italia dove l’argomento, al di là di pochissimi specialisti, è virtualmente sconosciuto. Gli italiani non sanno quanti gas serra emettono, nessuno gliene parla al telegiornale o a Striscia la notizia quindi la questione non è neanche argomento di conversazione a cena. Secondo le stime ufficiali trasmesse dal nostro Paese all’Unione europea le emissioni italiane sono dell’ordine di 10 tonnellate l’anno pro capite (neonati e vecchietti compresi). Questo vuol dire che in media ciascuno di noi emette 27 kg di gas serra (in unità di CO2 equivalente) al giorno, più di un kg all’ora! Se fosse pattume saremmo fritti, altro che Napoli!

Secondo il famoso protocollo di Kyoto per la salvaguardia del clima noi italiani dovremmo ridurre queste emissioni serra di circa il 20% entro il 2012, pena il pagamento in bolletta di salate ritorsioni economiche. Come fare? Il sistema italiano prevede l’assegnazione di tetti di emissione alle grandi imprese energetiche ed energivore. Queste imprese, se superano i tetti assegnati, possono comprare i diritti di emissione per esempio da altre imprese che installano centrali eoliche. I normali cittadini per entrare in questo giro possono provare a installare con costi considerevoli un impianto fotovoltaico sul tetto e “godere” così dei benefici economici del conto energia. La faccenda richiede capitali e competenze non trascurabili, morale non lo fa quasi nessuno.

In Irlanda invece il governo si è inventato un sistema che prevede il coinvolgimento di tutti i cittadini, i quali una volta l’anno ricevono dei titoli di emissione (shares) che possono a loro scelta incassare o distruggere. I titoli derivano dal conteggio delle emissioni permesse (cap) a tutte le imprese, suddivise per il numero di abitanti. Le imprese devono ricomprare i titoli di emissione dai cittadini i quali così recuperano un po’ dei soldi che spendono per le bollette, però possono anche decidere di distruggere i propri titoli per partecipare direttamente all’abbattimento delle emissioni. Naturalmente in Irlanda la questione climatica è all’ordine del giorno, se ne parla molto sia in tv che sui giornali, la gente quindi è sensibilizzata. Il sistema irlandese, denominato “cap and share”, è descritto con molti dettagli in inglese qui e, un po’ più confusamente ma in italiano, qui.

Nucleare: i conti non tornano

Molti pensano, al di là di ogni considerazione ambientale sulle scorie radioattive, che le centrali nucleari siano un buon affare perché producono elettricità a basso costo. I conti non sembrano però indicare che questa sia effettivamente la verità. A fare un po’ di chiarezza ci prova per esempio l’ultimo numero in edicola di “FV fotovoltaici“, una rivista che somiglia un po’ a un catalogo commerciale di impiantistica fotovoltaica ma che contiene comunque del materiale originale interessante. Nell’articolo, a firma del coordinatore editoriale della rivista Roberto Rizzo, giornalista scientifico esperto di ambiente, autore anche di un libro, si parla infatti di costi di investimento stimati da Moody’s pari a 6-7mila $/kW, circa il doppio di quanto dichiarato per esempio da Conti, l’ad di Enel. I costi veri devono infatti comprendere sia la costruzione che lo smantellamento, come dimostrano i 4,3 miliardi di euro che costano allo stato le attività di Sogin Spa, impegnata nello smantellamento delle vecchie centrali atomiche Enel e Enea e nel mantenimento in sicurezza del combustibile irraggiato. Costi che vengono trasferiti nelle bollette elettriche di noi tutti in misura dell’1% circa. L’articolo cita recenti analisi fornite dal coordinatore delle campagne di Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio, e riportate anche nel sito QualEnergia.

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