Il pasticcio della meteorologia in Italia


Cominciò così...

Oltre ad avere una refrattaria ostinazione a pronunciare sempre sbagliata questa benedetta parola (che deriva dal greco meteora o fenomeno celeste e dunque si pronuncia e scrive mete-oro-logia) noi italiani siamo la barzelletta d’Europa (anche) per la pletora di attività meteorologiche che intratteniamo e per la confusione che ne deriva. Siamo in effetti l’unico paese occidentale che, invece di avere un grosso servizio meteo civile nazionale, magari con qualche sede periferica, dispone invece di: 1) un servizio nazionale militare 2) una struttura nazionale che fa previsioni per il settore agricolo 3) un’altra struttura nazionale che fa previsioni per la montagna 3) una ventina di diversi servizi meteorologici regionali 4) non si sa più quanti servizi meteorologici privati, che distribuiscono previsioni in tv e in internet. Se andate in Francia la Météo è solo nazionale, con la sua grossa sede a Tolosa, in Germania è solo DWD, in Inghilterra è solo MetOffice. Da noi no, c’è l’Aeronautica Militare, l’ex-Ucea, il centro Epson Meteo di Giuliacci (padre e figlio), ilmeteo.it, il servizio piemontese, quello lombardo, quello emiliano (di cui faccio parte), gli avvisi della Protezione civile, il Meteomont della Forestale e di altri, il centro valanghe Aineva, Maracchi, Mercalli e via così, quasi all’infinito (persino l’Enel fornisce previsioni del tempo sul web). In questa situazione ognuno si sceglie le previsioni che preferisce, mio suocero per esempio guarda sempre con fiducia, come lo chiama lui, il “bernacchino” del mattino su RaiDue (al secolo Francesco Laurenzi).  Edmondo Bernacca (foto), il colonnello per antonomasia, che sdoganò la meteorologia italiana dal chiuso degli aeroporti portandola in tv negli anni Sessanta con la celebre rubrica “Che tempo fa” è quindi diventato proverbiale. Con l’esplosione delle tv private prima e della rete internet poi gli italiani sono diventati tutti pazzi per la meteorologia (anzi, come usa dire adesso, per il meteo, con un cambio di genere alquanto discutibile) mentre lo stato non ha seguito il passo (per esempio unificando i diversi servizi nazionali in un centro meteo civile di livello internazionale) e le regioni hanno fatto da sole, creando i propri centri fin dagli anni Ottanta del secolo scorso, presso le agenzie per l’ambiente o le agenzie di sviluppo agricolo o i centri di protezione civile. Per cominciare a comprendere come tutto ciò sia possibile bisogna sapere che:

0) la meteorologia è sostanzialmente una branca della fisica dei fluidi e della termodinamica applicata all’atmosfera terrestre, che per fornire fondate previsioni richiede grosse capacità di calcolo numerico,

1) esiste in Inghilterra da molti anni un apposito centro meteorologico europeo finanziato da 31 stati nazionali, che acquisisce tutti i dati necessari e prevede lo stato futuro dell’atmosfera globale,

2) i prodotti di base (cioè i risultati dei calcoli) di questo centro europeo sono disponibili solo ai centri meteorologici ufficiali delle nazioni (per noi è l’Aeronautica) oppure ai centri regionali (con apposite convenzioni stipulate con l’Aeronautica)

3) prodotti simili a quelli del centro europeo sono distribuiti liberamente per esempio da un analogo centro meteorologico statunitense

4) i meteorologi privati usano questi e altri prodotti di base per le loro elaborazioni (salvo che anch’essi non abbiano stipulato apposite convenzioni con l’Aeronautica per avere i prodotti europei).

(Il seguito alla prossima puntata)

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4 pensieri su “Il pasticcio della meteorologia in Italia”

  1. E aggiungici pure l’Osservatorio Geofisico e Luca Lombroso (al momento oltretutto “l’osservatorio sono io”).
    Condivido ciò che dici, come ben sai lo diciamo e lo dicono da tempo e da tempi non sospetti. Credo però che ormai non ci sia più niente da fare, nel nostro paese, per semplificare questo sistema dispersivo. Forse, infine, prendiamone gli aspetti positivi: così, le possibilità almeno in teoria di “emergere” ci sono per più persone, anche se di conseguenza emerge anche il peggio (non faccio nomi per non rischiare polemiche o denunce).
    Sta poi all’utente scegliere, come tuo suocero, il “meteorologo di fiducia”.
    Starebbe anche ai nostri enti pubblici semplificarsi ed essere meno burocratici: non cambiare nome di continuo per esempio, pessimo vizio italico, vedi ANPA-APAT-ISPRA.
    Ci vorrebbe anche più libertà di accesso a dati e informazioni: il centro meteo europeo è un esempio di politica di diffusione dati assurda e complicata, vuoi poi che ti racconti quando ho dovuto andare a Roma per firmare, per l’università, la convenzione per ricevere il meteosat?
    Insomma, ti ho dato un po’ di materiale per la puntata 2, ti aggiungo anche questo, aggiornato:
    pagine in google trovate cercando
    religione: 9.230.000
    sesso: 13.900.000
    Berlusconi: 22.300.000
    scuola: 30.000.000
    Meteo: 32.800.000

  2. Ho letto con molta attenzione questo interessante intervento e sono lieto di avere intuito, in modo più approssimativo questa situazione “anormale”.
    Aggiungo un dato informativo per quanto riguarda la mia realtà di lavoro giornalistico che è il Forlivese e la provincia di Forlì-Cesena. Le previsioni meteo dell’aeronautica alla fine di gennaio, per esempio, ipotizzavano ondate di gelo come quelle avvenute il 21 dicembre anche nel nostro territorio. Non sono avvenute e nemmeno le precipitazioni nevose previste e che sono poi arrivate, con un giorno di ritardo e molto blande. Sarebbe ora di avere un unico grande centro autorevole e indipendente di livello nazionale. E’ un’illusione o si potrebbe lavorare in questa direzione? Pietro Caruso – Forlì

  3. concordo con Vittorio, se ne parla non da anni ma da decenni, ho gli atti di un convegno di 20 anni fa dove un recente ex Capo del Servizio Meteo AM dice “entro il 1992 sarà realizzata la rete radar meteo nazionale”.
    Qualcuno l’ha vista?

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