I ghiacciai si sciolgono, o no?


Meglio darci un'altra occhiata...

L’Ipcc ha preso il Nobel per la pace, l’Ipcc racconta delle balle. Questa sigla da un po’ di tempo è comparsa sui giornali italiani (in tv no, salvo forse in qualche programma di Mario Tozzi, quindi è nota solo a una minoranza di persone) ma le notizie che la riguardano appaiono contraddittorie e confuse. Ma, prima di tutto, cos’è l’Ipcc? I francesi lo chiamano Giec, noi italiani preferiamo la sigla inglese (che si pronuncia ai-pi-si-si e vuol dire Intergovernmental Panel on Climate Change), tanto sono brutte entrambe. Si tratta del comitato intergovernativo, diretto dall’ingegnere ed economista indiano Rajendra Pachauri (foto), che da molti anni per conto dell’Onu passa in rassegna la letteratura tecnica mondiale sui cambiamenti climatici e ne riferisce al pubblico per mezzo di voluminosi rapporti, il quarto dei quali è stato pubblicato nel 2007. Oltre ad un piccolo segretariato con sede a Ginevra, l’Ipcc non ha altre strutture, chiede e ottiene la collaborazione di scienziati affiliati a ogni sorta di organismi (università, istituti di ricerca, servizi meteorologici) i quali, oltre a continuare a fare il proprio lavoro, si sobbarcano il compito di riesaminare migliaia di pagine di articoli scientifici e di altro materiale a caccia di novità in merito al cambiamento del clima passato, presente e soprattutto futuro, alle sue conseguenze e ai rischi che ne derivano. Il futuro del clima da qualche decennio infatti preoccupa l’Onu, da quando cioè si è diffusa la convinzione scientifica che il progresso materiale e la civiltà industriale, che consumano enormi quantità di energia fossile, stia producendo un effetto collaterale imprevisto, un veloce riscaldamento del pianeta. Una delle questioni strettamente collegate con questo riscaldamento è ovviamente lo scioglimento dei ghiacci, sia ai poli che sui monti. L’Himalaya, enorme sistema montuoso che separa l’India dal resto dell’Asia, è ricchissimo di ghiacci, tanto che alcuni lo definiscono il terzo polo della Terra. Orbene, come diceva il mio vecchio professore di biofisica, il compianto Mario Ageno, nel rapporto Ipcc del 2007 si è infilata, tra le tante informazioni esatte, una bufala, la notizia che la grande riserva di ghiaccio himalayano fosse destinata a sciogliersi tutta entro il 2035, cioè nel giro di 25 anni. Recentemente si è anche scoperto come ha fatto a prodursi la bufala in questione, originatasi da una vecchia intervista a uno scienziato indiano pubblicata sulla rivista divulgativa New Scientist e poi ripresa senza troppe verifiche nel rapportone Ipcc. Dopo un bel po’ di polemiche Ipcc qualche giorno fa si è decisa ad ammettere pubblicamente che di bufala si trattava e che il sistema di revisione in questo caso aveva fatto cilecca. Lo ha fatto però con un comunicato molto burocratico, sostanzialmente incomprensibile ai non addetti ai lavori, che non cita esplicitamente l’errore ma rinvia al testo del rapporto, peraltro leggibile online (in inglese). Io modestamente ritengo che questo sistema di comunicare sia pessimo: quando si riferisce all’intera umanità sui rischi che essa corre bisogna essere espliciti e molto chiari, specie in caso di errore. Altrimenti si lascia spazio a polemiche pericolose, agitate da spiriti tutt’altro che nobili, cioè da tutti quelli che hanno qualcosa da perdere se riducessimo drasticamente, com’è senz’altro il caso di fare, i consumi di combustibili fossili e le conseguenti emissioni di gas serra.

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