Tornare alla carboneria


Un nuovo carbonaro...
Un nuovo carbonaro...

Non è un invito alla ricostituzione di movimenti libertari clandestini (anche se forse qualcuno ce ne vorrebbe, dati i tempi), è invece uno sbocco possibile per il problema dell’anidride carbonica: sequestrarla nella carbonella vegetale e seppellirla nel terreno. I carbonai o carbonari lo facevano nel passato anche nei nostri boschi, fabbricavano grandi cataste di rami d’albero e poi le facevano lentamente bruciare, anche se in tale scarsità d’ossigeno che il termine bruciare non è esatto, i chimici infatti chiamano questo procedimento pirolisi, ovvero decomposizione in presenza di calore. Il legname così trattato si trasforma in uno stabile deposito di carbonio che può essere incorporato nel terreno senza timore di ulteriori decomposizioni. In teoria tutti i residui vegetali di origine agroforestale potrebbero essere trattati in questa maniera e molti ricercatori, tra cui l’italiano Franco Miglietta del Cnr (foto), si stanno attivamente occupando della cosa nell’ambito della International Biochar Initiative. Della questione si occupa anche il Corriere della Sera con un articolo e il Sole24Ore con inchiesta e filmati. Tanto per fare un esempio, in Italia si producono ogni anno circa venti milioni di quintali tonnellate di paglia di grano e altri cereali, corrispondenti a circa 36 milioni di ton CO2. Se fossero tutti sequestrati sottoterra cancellerebbero il 6-7% delle emissioni nazionali di anidride carbonica. Aggiungeteci tutti i residui legnosi e la cosa comincia a diventare molto interessante, no?

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5 pensieri riguardo “Tornare alla carboneria”

  1. Come fanno
    venti milioni di quintali di paglia di grano e altri cereali a diventare 36 milioni di ton CO2?

    Senza polemica, penso sia un errore nell’ordine di grandezza.

  2. Nessun errore. La paglia di frumento e degli altri cereali è ricchissima di carbonio (e molto povera in azoto), che è stato sottratto all’atmosfera per fotosintesi in forma di CO2 durante la crescita della pianta. Alla fine dei conti l’anidride carbonica sottratta all’atmosfera risulta superiore al peso della paglia stessa. Per qualche dettaglio in più leggere qui:
    http://www.ermesagricoltura.it/wcm/ermesagricoltura/rivista/2006/ottobre/ra0610117s.pdf Saluti

  3. Perdonate l’insistenza.
    Leggo l’articolo e trovo scritto:
    A scala nazionale la percentuale sale
    al 6,5 %, dato che l’Italia produce circa
    20 milioni di tonnellate di paglia di cereali
    all’anno, contenenti l’equivalente di 36
    milioni di tonnellate di CO2, a fronte di
    un’emissione nazionale valutata in 550
    milioni di tonnellate di CO2 equivalente.

    Quindi si tratta di tonnellate e non di quintali. Un fattore 10 non è trascurabile.
    Cordiali saluti

  4. credo che ritornando ad una agricoltura meno industrializzata e che produca meno eccedenze e minori sprechi, la paglia troverebbe migliore collocazione a far del letame da interrare al fine di ammendare il terreno con enormi benefici a favore della capacità dei suoli di trattenere acqua e nutrienti (riduzione di consumi per irrigazione e per produzione di fertilizzanti) e di riduzione di altri sprechi legati ai trasporti globali delle derrate alimentari (grano canadese o indiano o ucraino, aglio cileno, pere argentine, pesche e pomodori e castagne e… cinesi, ecc…)
    insomma, ho dei dubbi sulle tecnologie che si sostituiscono al necessario cambio di stili di vita (o, se vogliamo, di consumo e produzione), perchè, alla fine, sostengono l’illusione di poter continuare ad aumentare all’infinito la crescita economica in un mondo assolutamente circoscritto.
    pierpaolo

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