Il pane e la bici


La bici del pane...

Secondo New Scientist (n. 2682 del 15 novembre 2008, p. 38) se un ciclista fa tutti i giorni una dozzina di km per andare e tornare da scuola o dal lavoro, in un anno consuma l’equivalente di 22 chili di pane integrale (50mila calorie). Secondo i redattori del settimanale scientifico inglese, per produrre ogni kg di pane vengono emessi circa 1,1 kg di carbonio, quindi le emissioni annuali del ciclista sono di soli 24 kg di carbonio, molto meno di qualunque mezzo pubblico, che di carbonio per lo stesso percorso ne fa almeno 164 kg l’anno per passeggero (in Inghilterra moltissimi treni sono a nafta, per l’Italia presumibilmente il conto scende un po’ dato che i motori elettrici sono più efficienti di quelli diesel e una piccola parte dell’elettricità usata dai treni è prodotta da fonti rinnovabili).
Incentivare il pendolarismo ciclabile è quindi molto importante purché le aziende di trasporto pubblico riducano progressivamente il numero di corse e/o le dimensioni dei mezzi che usano mentre il ciclismo cresce. Se invece le aziende di trasporto locale o le ferrovie non adeguano prontamente il servizio al calo della domanda flessibilizzando opportunamente l’offerta, il ciclismo urbano (sostitutivo del mezzo pubblico) non riesce ad avere alcun effetto climatico positivo. Naturalmente se il ciclista invece del mezzo pubblico abbandona la moto o addirittura l’auto, il beneficio è enorme. Sul percorso del nostro ciclista una moto media emette infatti 192 kg l’anno (80 g/km, 200 viaggi a/r di 12 km) mentre l’auto media almeno il doppio (e stiamo trascurando del tutto le emissioni causate dalla produzione dei mezzi di trasporto stessi, un bici pesa intorno a 15 kg, una moto almeno 200 e un’auto almeno 1000).
Se però l’auto viaggia piena (per esempio con 4 car poolers), batte il mezzo pubblico… ecco perché di ogni politica mirata alla mitigazione bisogna sempre fare un’accurata valutazione quantitativa sia durante la fase progettuale che durante la sua attuazione. Le politiche devono anche essere dotate di opportuni meccanismi di aggiustamento che consentano di tener conto delle valutazioni in corso d’opera, per massimizzarne gli effetti benefici.
Ad esempio se si investe sulla ciclabilità urbana e periurbana (o interurbana) senza incentivare l’uso delle nuove infrastrutture, e senza disincentivare al contempo l’uso del mezzo privato sui medesimi percorsi, si corre il rischio di aumentare le emissioni invece di ridurle, a causa dei lavori di costruzione e delle emissioni dei materiali utilizzati per costruire le piste e attrezzarle.
Insomma, la protezione del clima non si improvvisa, e non si vive di solo pane e bici…

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