Clima: l’impegno privato non basta

27 10 2009
Ci vogliono anche le proteste, e forti...

Ci vuole anche l'impegno pubblico...

Sul sito del Corriere della Sera il bravo giornalista Franco Foresta Martin riferisce di un articolo pubblicato su Pnas (gli atti dell’accademia delle scienze americana) secondo cui le famiglie, attuando strategie di risparmio energetico, possono ridurre le emissioni fino a raggiungere l’obiettivo di Kyoto anche se i governi non dovessero cooperare. Mi sono permesso di commentare sul forum come segue: “Pur condividendo lo spirito del suo pezzo temo che gli impegni personali (per carità, io mi ci applico con ogni mezzo) siano ben lungi dal servire a ridurre l’impatto umano sul clima. Intanto gli obiettivi di Kyoto sono ben piccola cosa rispetto alla bisogna, come dimostrano i tentativi di tagliare le emissioni del 50 o addirittura dell’80% di cui si dovrebbe discutere a Copenaghen in dicembre. Le emissioni di gas serra sono dovute inoltre molto più alle scelte degli stati e delle aziende che a quelle delle famiglie: es. costruire un nuovo aeroporto, portare a quattro corsie un’autostrada, autorizzare la costruzione dell’ennesimo centro d’acquisto, oppure importare sempre nuove merci dalla Cina sono scelte su cui le famiglie possono poco. In questi casi paga molto di più la protesta, se coronata da successo, come quella dei ragazzi inglesi contro l’ampliamento dell’aeroporto di Heathrow o contro l’apertura di nuove centrali a carbone in Inghilterra.”





Le provocazioni di New Scientist

13 10 2009

Pannelli fotovoltaici trasparenti e separatori della pipi...

Dai pannelli fotovoltaici trasparenti ai separatori della pipi...

Sul sito della rivista di scienza e divulgazione inglese una serie impressionante di idee e notizie per un mondo migliore, nello speciale Blueprint for a better world, da non perdere.





Clima: +2 gradi ok, +4 gradi KO!

7 10 2009

Non è un pianeta per vecchi...

Non sarà un pianeta per tutti...

Siamo al centesimo articolo di Pianetaserra e  io non riesco ancora ad esprimere compiutamente la mia preoccupazione per l’inerzia generalizzata sulla questione climatica. So che tutti hanno altro da pensare, il governo pensa al lodo, i cittadini a mettere insieme il pranzo con la cena, i ricercatori ad ammucchiare pubblicazioni. Intanto però il torrente di CO2 che buttiamo in atmosfera in ogni momento continua a scorrere e il clima continua a cambiare sotto i nostri occhi, in uno stillicidio disastroso di incendi, alluvioni, siccità e uragani. La scorsa settimana a Oxford, ne riferisce il puntuale New Scientist, nella conferenza scientifica “4 degrees & beyond” è stata presentata l’immagine inquietante di come sarà la Terra a metà di questo secolo se non vengono attuate le misure drastiche di riduzione delle emissioni che invochiamo da anni. Sarà un pianeta da +4 gradi, il che significa in alcune zone continentali un aumento della temperature di +12 gradi! Se infatti il vasto oceano, che occupa il 70% del pianeta, si scalderà solo di un paio di gradi allora saranno le terre emerse con il loro 30% di superficie a dover far media: se fate due conti viene fuori un +8 gradi medio, con le punte di cui sopra in prossimità dell’Artico. Le conseguenze sarebbero micidiali, non voglio fare l’elenco ma cito solo questo: la pianura padana e il nord Italia in generale potrebbero subire un aumento medio di 8-10 gradi. Se usate Google Earth e vi scaricate l’apposito file potrete visualizzare in 3d il nuovo mondo che ci attende.





10:10 Stop global warming now

15 09 2009
Non è una divisione, non è unorario, è un impegno.

Non è una divisione, non è un'orario, è un impegno.

E’ semplice, gli inglesi (non tutti ma molti), sono letteralmente terrorizzati da quel che sta accadendo al clima e soprattutto da quello che potrebbe accadere nel giro di pochi anni o decenni se nessuno ferma le emissioni della CO2 nella loro marcia trionfale verso le 400 ppm e poi chissà. E così nascono campagne come quella denominata 10:10 (ten ten) di cui si parla diffusamente sul sito della campagna e anche nell’apposita sezione del Guardian. Chi aderisce alla campagna si impegna semplicemente (ma concretamente) ad abbattere del dieci per cento le proprie emissioni personali o familiari entro l’anno prossimo, il 2010. Apriamo la succursale italiana?





Mentre da noi si parla d’altro…

27 08 2009
Si danno da fare, e fanno bene...

Si danno da fare, e fanno bene...

Si avvicina la conferenza di Copenaghen e gli ambientalisti si agitano (non parlo dell’Italia, dove la specie pare in estinzione, o forse ancora in ferie). A Londra è in corso un campo di protesta climatica che sta contestando la borsa del carbonio, sostenendo che il Climate Exchange è il dito dietro il quale si nascondono i paesi sviluppati per evitare di tagliare davvero le proprie emissioni. In Francia invece si discute aspramente sul valore da assegnare alla tassa sul carbonio, che potrebbe alzare di 6-8 centesimi il prezzo dei carburanti alla pompa. Intanto l’organizzazione Avaaz (una parola che significa voce in molte lingue orientali), famosa per le sue petizioni online, rilancia un forte appello che vi riproponiamo per inviare ai grandi della Terra un segnale inequivocabile: vogliamo un nuovo trattato climatico che sia ad un tempo ambizioso, equo ed efficace. O no?





Dopo il danno la beffa…

19 08 2009
Dentro una Vestas...

Dentro una Vestas...

Vestas, leader mondiale del settore eolico, assume migliaia di lavoratori in Cina e negli Usa per costruire turbine eoliche, dopo averne licenziati recentemente centinaia in Inghilterra. Lo riporta il Guardian, commentando come l’eccessivo protezionismo inglese, espresso dai numerosi ed agguerriti comitati di oppositori locali alle pale eoliche, abbia condotto a questa situazione paradossale. L’anno scorso in Gran Bretagna sono stati infatti installati circa 500 megawatt di eolico, la metà di quanto installato in Italia e molto meno di quel che è stato attivato negli Usa (8,5 MW).





Sabotaggio!

7 08 2009
Una bella miniera non si nega a nessuno...

Una bella miniera non si nega a nessuno...

Immaginate un nastro trasportatore di 6 km e mezzo nel bel mezzo della Scozia, che muove 200mila tonnellate di carbone all’anno dalla miniera a cielo aperto di Glentaggart al deposito ferroviario di Ravenstruther, da cui il minerale  prosegue verso una centrale termoelettrica del gruppo Drax. Il nastro sarebbe stato bloccato ieri da un attacco, riferisce il Guardian, commesso da attivisti ambientali accampati da questa settimana in una foresta che sorge sul sito di un’altra progettata miniera di carbone a cielo aperto, quella di Mainshill. Gli attivisti contestano le miniere e il governo scozzese che autorizza nuove concessioni nonostante i propri obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2.





Bing!

5 08 2009
Poliuretano sotto il duomo di Milano

Poliuretano a Milano

Cercavo notizie sul nuovo motore di ricerca Microsoft, che come già saprete si chiama Bing, quando sono incappato in un altro Bing, il nome della federazione europea dei fabbricanti di isolanti edilizi in poliuretano espanso rigido. Nella home page di questa associazione di associazioni, che ha sede a Bruxelles, ho trovato un pdf contenente un’interessante e molto documentata analisi del perché e percome bisogna isolare gli edifici con particolare attenzione alla questione delle emissioni di CO2 dal patrimonio edilizio. Lo studio, intitolato Insulation for sustainability ed eseguito da un’azienda di consulenza energetica inglese, mostra tra l’altro che  gli edifici, inclusi quelli dove si lavora, cioè uffici e capannoni industriali, consumano circa la metà di tutta l’energia usata in Europa. Il documento mostra come si possa giungere sia nel nuovo che nel ristrutturato a consumi estremamente ridotti (Low Heat standard) o addirittura nulli (No Heat standard), come nelle famose Passiv Haus teutoniche, che ora sono in corso di migrazione verso i climi più caldi del sud Europa, dove i consumi energetici e le emissioni non sono tanto legati al riscaldamento quando al raffreddamento estivo.





Lotta dura, contro la Vestas…

30 07 2009
Sai cos’è lisola di Wight...

Sai cos’è l'isola di Wight...

Grazie a una sentenza del giudice locale che impedisce per ora all’azienda di riprendere possesso dei locali occupati, prosegue l’incredibile vicenda che vede mobilitati i lavoratori Vestas dell’isola di Wight, nel canale della Manica, spalleggiati da sindacati e ambientalisti per una volta uniti contro la chiusura del locale stabilimento di produzione di turbine eoliche. Ne riferisce ampiamente il Guardian, ripreso stamane dal Manifesto (che però sbaglia più volte il nome della famosa ditta danese, chiamandola Vestal…).

I posti in ballo sono ben 625 e l’azienda, che fa profitti enormi e non rischia certo il fallimento, vuole spostare le produzioni dove c’è maggiore domanda di turbine, dato che l’eolico nonostante le molte chiacchiere e documenti governativi in realtà nel Regno Unito non decolla affatto, cosa che invece sta succedendo negli Stati Uniti e in Cina.

Il mancato decollo dell’eolico in Gran Bretagna dipende dalla forte opposizione che si scatena a livello locale ogni volta che si tenta l’installazione di un impianto. Opposizione che trova facile sponda nei consigli comunali che devono autorizzare gli impianti.





There you are… with an electric car!

16 04 2009
E ancora un sogno...

E' ancora un sogno...

Bene ragazzi, qualcosa si muove. Non da noi, naturalmente, ma in Inghilterra, dove oggi il governo dà il via a un piano di incentivazione (250 milioni di sterline) per l’acquisto di auto elettriche, e in Danimarca, dove verrà realizzata una rete di stazioni di ricarica (con corrente di produzione eolica) e sostituzione delle batterie scariche, del tipo di quella messa a punto e promossa dall’azienda del finanziere israeliano Shai Agassi, Better Place (bel nome, speriamo sia di augurio anche per i palestinesi…) .

E’ indubbio che la crisi petrolifera dell’anno scorso, seguita da quella finanziaria ed economica in cui il mondo si dibatte ancora, nei posti dove ancora qualcuno governa ragionando, si stia dimostrando un’enorme opportunità per affrontare anche la questione climatica. L’auto elettrica, ma più in generale il trasporto elettrico, offre infatti il vantaggio di sostituire in tempi ragionevolmente brevi la dipendenza dalle fonti fossili con una nuova dipendenza virtuosa dalle rinnovabili (per esempio eolico per gli schemi pubblici, solare per la ricarica domestica) e anche una serie di ghiotti vantaggi collaterali, come la virtuale scomparsa dei fumi di scarico e del rumore connessi con la combustione interna. Un altro vantaggio della transizione di massa all’elettrico sarebbe la creazione di una rete di stazioni di ricarica, che possono accumulare energia nelle batterie quando la produzione supera la domanda (tipicamente di notte) ed eventualmente rifornire la rete, quando quest’ultima  succhia più corrente di quella in produzione.

In Italia invece i piani per elettrificare i vecchi cinquini sono frenati da normative insensate.