Flopenaghen, per evitarla servono 100 miliardi di euro

3 11 2009

Money for climate, not for guns

Sono queste le dimensioni del cumquibus necessario per firmare a Copenaghen un nuovo patto tra nord e sud del mondo, per fronteggiare gli adattamenti necessari a sopportare nel sud le conseguenze del cambiamento climatico generato dal nord, per rendere più virtuoso il sistema obsoleto e inquinante di produzione energetica dei paesi emergenti, e anche per interrompere la deforestazione tropicale, che procede a ritmi galoppanti aggravando gli effetti climatici dei combustibili fossili. Se questi soldi saltassero fuori la conferenza di dicembre sarebbe un trionfo della diplomazia globale e potrebbe varare un nuovo patto per il clima, per rimpiazzare Kyoto dal 2013 in avanti. Purtroppo al momento i paesi ricchi questi soldi non li vogliono tirare fuori, e allora i paesi più poveri il patto sul clima non lo firmano. Ricordiamo che se ci troviamo in questa impasse ciò è dovuto anche alla crisi economica, che ha interrotto la crescita forsennata dell’economia globale (con un calo delle emissioni globali di gas serra, per la prima volta da decenni) e che ha deviato immensi fondi pubblici verso banche e case automobilistiche per salvarle dal fallimento (forse). E ricordiamo che nei decenni passati sono stati i paesi ricchi del mondo, tra cui l’Italia, a pompare in atmosfera tanta anidride carbonica da aumentarne la concentrazione dai 280 ppm preindustriali ai quasi 390 attuali ed innescare il cambiamento climatico. Diciamo anche però che in un solo anno lo stato italiano trasferisce alle regioni, per la sola sanità, più di cento miliardi di euro, cioè più della cifra del titolo. Possibile che tanti paesi ricchi non riescano a tirar fuori tutti insieme questi soldi, per salvare la salute del pianeta e la pelle di moltissimi nostri simili? La miopia che acceca pericolosamente i nostri governanti va curata, conoscete qualche valido oculista? Aggiungo che secondo la Fao, nel mondo si spendono ogni anno 1340 miliardi di dollari per le armi…





Il deserto invade Sidney

24 09 2009
Questa volta è durato otto ore...

Questa volta è durato solo otto ore...

La città australiana di Sidney ha subito ieri gli effetti di una violenta tempesta di sabbia rossa proveniente dal deserto interno. Ne riferisce l’agenzia Associated Press mentre per le foto (inquietanti ma spettacolari) consiglio il sito di Le Monde. L’Australia ha sofferto negli anni scorsi (e continua a soffrire) di una lunghissima siccità che ha esasperato talmente gli abitanti da indurli un paio d’anni fa a cambiare governo, affidandosi al laburista Kevin Rudd, che si è subito impegnato sul fronte del cambiamento climatico ratificando il protocollo di Kyoto. Speriamo che serva…





Flopenaghen: se fallisce la conferenza

21 09 2009
Con troppi comandanti la nave affonda...

Con troppi comandanti la nave affonda...

Sono in parecchi a pensarlo e qualcuno lo dice anche: la conferenza di Copenaghen non porterà ai risultati sperati (le basi di un nuovo trattato valido dal 2012 in avanti, per sostituire Kyoto che muore in quella data). C’è troppa distanza tra i contendenti, e troppo pochi giorni di trattativa disponibili (meno di 15, in particolare una decina a Bangkok questo mese e qualche altro in Spagna a novembre). Un pezzo di David Victor recentemente apparso sulla rivista Nature (che sulla rotta verso Copenaghen ha un bel sito speciale) suggerisce addirittura di puntare decisamente a un altro approccio (un piano B) perché mettere d’accordo quasi 200 paesi su un tema così intricato come la riduzione del rischio climatico è umanamente impossibile, mentre potrebbe essere molto più facile una partita giocata nei prossimi due anni dalle 12-15 nazioni che fanno il 90% delle emissioni di gas serra. Il Forum sull’energia e il clima messo in piedi da Obama la scorsa primavera potrebbe servire alla bisogna, almeno a giudicare dalla dichiarazione dell’Aquila. Comunque l’Onu, e Ban Ki-Moon in particolare, sono decisi a evitare il fallimento e durante il summit che si svolge questa settimana a New York vogliono scuotere e spronare i leader del mondo mettendoli direttamente in contatto con i Paesi che più soffrono per le conseguenze del surriscaldamento globale. Servirà?





Mentre da noi si parla d’altro…

27 08 2009
Si danno da fare, e fanno bene...

Si danno da fare, e fanno bene...

Si avvicina la conferenza di Copenaghen e gli ambientalisti si agitano (non parlo dell’Italia, dove la specie pare in estinzione, o forse ancora in ferie). A Londra è in corso un campo di protesta climatica che sta contestando la borsa del carbonio, sostenendo che il Climate Exchange è il dito dietro il quale si nascondono i paesi sviluppati per evitare di tagliare davvero le proprie emissioni. In Francia invece si discute aspramente sul valore da assegnare alla tassa sul carbonio, che potrebbe alzare di 6-8 centesimi il prezzo dei carburanti alla pompa. Intanto l’organizzazione Avaaz (una parola che significa voce in molte lingue orientali), famosa per le sue petizioni online, rilancia un forte appello che vi riproponiamo per inviare ai grandi della Terra un segnale inequivocabile: vogliamo un nuovo trattato climatico che sia ad un tempo ambizioso, equo ed efficace. O no?





Silvio, vai in Danimarca!

8 07 2009
Fatti un viaggio a spese nostre...

Fatti un viaggio a spese nostre...

Segnalo l’importante campagna lanciata da Greenpeace per convincere Silvio Berlusconi a impegnarsi nel processo negoziale e nella conferenza di Copenaghen, che in dicembre dovrebbe gettare le basi per il nuovo trattato sul clima che dal 2012 sostituirà quello di Kyoto. Per partecipare ci vuole uno sforzo minimo, basta sottoscrivere un’educata e dettagliata lettera predisposta dall’organizzazione ambientalista. Se firmate fatemelo sapere con un commento a questo articolo.





Eolico assassino

10 06 2009
Ci difende dalle pale...

Ci difende dalle pale...

Ieri sera in orario quasi notturno mi è capitato di assistere a un breve dibattito televisivo organizzato da Rai2. L’argomento era introdotto da una scheda su Volterra, bellissimo centro toscano che ha deciso di bandire l’eolico e persino il fotovoltaico dal suo territorio per motivi paesaggistici. In studio c’erano due signori piuttosto attempati ai quali un giornalista col pizzetto da moschettiere rivolgeva domande tutt’altro che aggressive. Il tutto è durato forse dieci minuti, al termine dei quali immagino che un telespettatore mediamente assonnato abbia tratto le seguenti conclusioni: meno male che in Italia ci sono delle brave persone che sanno discutere in tv senza litigare, meno male che quelle stesse brave persone ci proteggono dall’invasione dei mostri eolici. Una delle brave persone era Carlo Ripa di Meana (foto), ex verde ed ex ministro dell’ambiente, ora animatore del comitato che contrasta la diffusione dell’eolico in Italia, in connessione con Giscard d’Estaing, ex presidente francese, che lo fa a scala europea, e con Vittorio Sgarbi, ex condannato per truffa allo Stato, che lo fa a scala siciliana. Ripa ha eloquentemente ed elegantemente sostenuto le sue tesi, che si possono riassumere nella frase “le torri eoliche assassinano il nostro paesaggio, fermiamole”, punto. Dall’altra parte c’era il presidente dell’Enea, l’economista prof. Paganetto, che a mio modesto parere avrebbe potuto anche non esserci, dato che quel che ha detto è stato così poco efficace e rilevante che quasi non lo ricordo. Il bello è che l’Enea ha appena pubblicato un numero della sua rivista in gran parte dedicato all’eolico dal quale il professore avrebbe potuto trarre abbondanti argomenti per rintuzzare le tesi di Ripa e almeno dire che sull’eolico il suo ente fa ricerca da molti anni anche per ridurne l’impatto (tutto da dimostrare) sull’ambiente. Nessuno dei tre ha minimamente accennato alla questione dei cambiamenti climatici, o all’importanza strategica per il nostro paese di sviluppare la fonte eolica per affrancarsi almeno in parte dalla quasi totale dipendenza dalle fonti fossili d’importazione e per tentare di raggiungere almeno gli obiettivi di Kyoto, per non parlare di quelli europei proposti due anni fa dalla Merkel. Si vede che nessuno dei presenti ha letto e meditato il libro di Lester Brown, Plan B, che, oltre a spiegare con dovizia di particolari in che catastrofe ci stiamo infilando se nessuno fa niente di serio per ridurre le emissioni di anidride carbonica (piano A), propone l’eolico come elemento indispensabile di una complessa ricetta (il piano B, appunto) per salvare la civilizzazione industriale che tanto ci piace e che ci ha dato per esempio la televisione, il frigorifero e la lavatrice, tutta robina che si fabbrica e funziona solo producendo tanta corrente elettrica. Comunque, per tornare alla trasmissione, mi è venuta in mente la vecchia canzoncina di Renzo Arbore “No, non è la Bbc, questa è la Rai, la Rai tv!”.





Benvenuto CliMario

5 06 2009
Unaltro dizionario...

Un altro dizionario...

Un po’ per noia e un po’ per passione ho aggiunto a Pianetaserra una nuova pagina, un dizionario climatico che speriamo risulti utile ai miei (pochi) lettori. Si chiama CliMario e per ora contiene qualche decina di voci, tutte interconnesse, secondo la logica dell’ipertesto. La cosa è nata dalla constatazione che opere simili in circolazione sul web contengono diversi svarioni, che per carità di patria non cito. E visto che nessuno è senza peccato a questo punto dichiaro aperto anche CliMario per la caccia all’errore. Buona consultazione!





La crisi fa bene al clima?

23 02 2009

Per uscire dalla crisi...

Per uscire dalla crisi...

A rischio di apparire impopolare vi confesso che questa crisi economica così vasta e profonda mi pare una “mano santa”, come dicono a Roma, cioè provvidenziale per la Terra, e per il suo clima in particolare. Le notizie sui consumi energetici in Italia per esempio parlano di un calo dell’8-9%, e siccome da noi energia vuol dire (quasi) solo fonti fossili è facile prevedere che grazie alla crisi il 2008 apparirà nelle statistiche come il primo anno di drastico calo delle emissioni di gas serra, in questo Paese dove Kyoto, pur così modesto nei suoi obiettivi, appare ancora un miraggio. Se poi si avverassero le previsioni degli economisti, prima unanimi a prevedere magnifici e inarrestabili progressi e ora tutti concordi a prevedere un anno o due di profonda recessione, forse potremmo guardare con maggiore fiducia al 2012, anno in cui dovremmo essere tornati sotto i livelli di emissione del 1990, come da accordi internazionali da noi sottoscritti e ratificati. Se poi infine il governo volesse approfittare della crisi per lanciare una politica di spesa pubblica (un “pacchetto”, come si dice adesso) orientata al risanamento ambientale e climatico del paese, per esempio una campagna di coibentazione sistematica del patrimonio immobiliare nazionale, come suggeriscono Cgil e Legambiente, allora forse, oltre agli obiettivi di Kyoto, potrebbe cogliere anche quello di uscire in fretta da una crisi che, se non presa sul serio, potrebbe decretarne la fine politica.





Fa caldo in Australia, ma non abbastanza…

10 02 2009
Quandè che apriamo gli idranti?

Quand'è che apriamo gli idranti?

Temperature oltre i 46 gradi come quelle registrate nei giorni scorsi a Melbourne (una città che di solito in febbraio dovrebbe stare sui 28) a me fanno venire i brividi. Oltre al dispiacere per la distruzione e per le vittime innocenti provocate dagli enormi incendi questo dato e le sue conseguenze tragiche mi confermano quel che presagisco: corriamo il rischio di fare tutti una brutta fine, perché non ragioniamo fino in fondo sui segnali che arrivano dalla natura. I governi, anche quello laburista di Kevin Rudd che da qualche tempo ha sostituito in Australia il precedente conservatore e ha subito sottoscritto il protocollo di Kyoto, non si impegnano a sufficienza, come scrive il climatologo Tim Flannery in un recente pezzo sul Guardian, e il carbonio continua a sfuggire a miliardi di tonnellate dai continui roghi di combustibili fossili (oltre che dalle foreste australiane in fiamme). Quanti altri incendi servono per farci reagire?





Dall’Epa all’Ispra

14 11 2008

Il lupo a guardia del gregge...

Il lupo a guardia del gregge...

Gli americani hanno l’Epa, Environmental Protection Agency, creata per attuare il Clean Air Act del 1970 e da allora non è cambiato molto, se non che la potente agenzia tecnica ambientale è stata oggetto di tentativi riusciti di metterla sotto controllo politico da parte di Bush. Da noi invece fino al 1994 non c’era un bel niente poi, per effetto di un referendum del 1993 promosso dagli Amici della Terra, è stata creata l’Anpa, agenzia nazionale per l’ambiente. Ma neanche ci eravamo abituati ad averla che l’hanno modificata e trasformata in Apat, dove la t sta per servizi tecnici, aggiunti nel 1999. Ma non bastava, quest’anno (2008) cambiato il governo, la nuova ministra Prestigiacomo ha deciso che di un’agenzia per l’ambiente non ne voleva sapere e ha assemblato Ispra, che non è il paesino sul lago Maggiore dove ha sede il Centro europeo di ricerca ex-Euratom, bensì l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Voi direte, e che ci importa, e io vi rispondo che importa assai, dato che era Apat a fare tutti i conti delle emissioni italiane di gas serra da spedire in Europa e all’Onu-Unfccc. Il bello è che i conti venivano svolti da assai specializzati ricercatori precari e che ora questi precari se ne devono andare a casa, come lamentano anche in un recente ampio articolo pubblicato dal Manifesto e che potete leggere qui: precari-di-kyoto.doc.