Acqua minerale: maledette bottigliette!

1 10 2009
Bevi dalla fontana, che sei bella lo stesso...

Bevi dalla fontana, che sei bella lo stesso...

Nel nostro paese la bottiglietta d’acqua è diventata un feticcio. Sotto l’impatto di un numero impressionante di spot pubblicitari, non c’è italiano o italiana che non compri una o più bottigliette d’acqua al giorno, al bar, alla mensa o all’onnipresente distributore automatico. Il telefonino in una mano e la bottiglietta nell’altra, è questa ormai  la tipica immagine pubblica della studentessa o del giovanotto italiano. In ogni scuola, università, ufficio o fabbrica, per 300 giorni l’anno, per decine di milioni di persone, fanno montagne di plastica, navi intere di petrolio, flotte di camion, emissioni inquinanti e climalteranti a gogo. Uno studio recente pubblicato sulla rivista scientifica Environmental research letters e ripreso dal sito Galileonet ha evidenziato che tra produzione della bottiglia e trasporto, senza neanche tener conto dello smaltimento del rifiuto, l’acqua imbottigliata può arrivare ad avere un costo energetico 2000 (duemila!) volte superiore all’acqua di rubinetto. Sarà mica ora di darci un taglio? Per esempio le amministrazioni pubbliche e le scuole dovrebbero vietare l’installazione dei frigoriferi (accesi continuamente e di cui oltretutto pagano anche la bolletta elettrica) nei propri spazi. O quantomeno metterci sopra un cartello con scritto “Nuoce gravemente alla salute del pianeta”!





Benvenuto CliMario

5 06 2009
Unaltro dizionario...

Un altro dizionario...

Un po’ per noia e un po’ per passione ho aggiunto a Pianetaserra una nuova pagina, un dizionario climatico che speriamo risulti utile ai miei (pochi) lettori. Si chiama CliMario e per ora contiene qualche decina di voci, tutte interconnesse, secondo la logica dell’ipertesto. La cosa è nata dalla constatazione che opere simili in circolazione sul web contengono diversi svarioni, che per carità di patria non cito. E visto che nessuno è senza peccato a questo punto dichiaro aperto anche CliMario per la caccia all’errore. Buona consultazione!





Una parola al giorno: greenwashing

10 11 2008

Bastasse la cravatta...

Bastasse la cravatta...

Nel mondo anglosassone la facilità di creare neologismi è enormemente superiore a quella italica: c’è n’è uno in particolare che trovo assolutamente efficace e intraducibile, il termine “greenwashing”, letteralmente “lavaggio verde”. In effetti questa nuova parola indica la pratica sempre più corrente di aziende, peraltro inquinatrici e molto dannose per l’ambiente e/o per la salute, di darsi una verniciata di verde con campagne d’immagine che servono solo a ingannare i consumatori e in generale i cittadini sull’effettivo stato delle cose. La più clamorosa azione recente di greenwashing in Italia è stata la campagna della cravatta portata avanti dal capo dell’Eni nel 2007 e riproposta l’estate scorsa. Ricorderete il coraggioso gesto di Scaroni (foto), riportato fedelmente da tutti i media e naturalmente anche dal sito dell’Eni, che vanta ben 141 tonnellate di riduzione delle emissioni di anidride carbonica dovute all’aumento di 1 grado della temperatura durante l’estate nei condizionatissimi uffici Eni, grazie all’abolizione della cravatta. Chi frequenta questo blog sa bene che questo risparmio di emissioni è assolutamente trascurabile, dato che corrisponde alle emissioni annuali di gas serra di soli… 14 italiani!

Forse non è altrettanto noto quanto il clima terrestre deve all’Eni in termini di emissioni dovute alla combustione del gas naturale e degli altri prodotti fossili che Eni produce e commercia sul mercato nazionale ed europeo. Una cifra esatta non è disponibile ma una nostra stima assolutamente prudenziale basata sui dati di vendita riportati nel sito stesso ci dicono che, a fronte di 12-13 milioni di tonnellate di carburanti (di cui due terzi in Italia) e a fronte dei 99 miliardi di metri cubi di gas naturale (57 dei quali in Italia) venduti in un anno, si erge la spaventosa montagna di 235 milioni di tonnellate di emissioni di CO2, cui vanno aggiunte le 67 milioni di tonnellate emesse dall’Eni stessa (e dichiarate nel sito) durante l’esercizio 2007 per le proprie attività, che inglobano anche la sua produzione elettrica. Eni erutta direttamente o indirettamente, tramite la combustione di quel che commercializza, più della metà dell’intera emissione serra dell’Italia (570 milioni di tonnellate circa, dati 2007 Apat)!

Eni è tuttora sotto il controllo dello stato italiano e guadagna almeno 10 miliardi di euro l’anno (netto, dopo le tasse…). Eppure, grazie alla pubblicità, la gente crede che Eni sia un gigante buono, che rinuncia persino a togliersi la tanto adorata cravatta per il bene dell’ambiente e del clima… Gente, è ora di spegnere la televisione e riaccendere i neuroni!

Nota: nel caso vi interessino i dettagli ho considerato per prudenza che il carburante fosse tutta benzina, che emette circa 3 kg di CO2 (il gasolio ne fa quasi 4), e che ogni m3 di metano si traduca in 2 kg di CO2.





Il petrolio basso fa male al vento

7 11 2008
Dicono sia al tramonto...

Dicono sia al tramonto...

Dopo i picchi elevatissimi toccati dal prezzo del petrolio l’estate scorsa, con valori superiori ai 150 dollari, abbiamo assistito con sgomento al ritorno del suo prezzo su valori enormemente più bassi, che ora stazionano intorno ai 60$. Di conseguenza negli energivori Stati Uniti i prezzi alla pompa dei carburanti sono tornati ai livelli di due anni fa, come si può vedere da questa pagina ufficiale curata dal ministero dell’energia Usa. Interessante notare che negli Stati Uniti il diesel è considerevolmente più caro della benzina (+32 cents al momento di scrivere). Purtroppo il crollo inatteso del prezzo del petrolio e del gas naturale (e anche alcuni scossoni finanziari dovuti alla ben nota crisi dei mutui) ha provocato dei seri ripensamenti nei grandi progetti eolici di T Pickens.





Milleseicento schiavi

2 10 2008
Uno schiavo di Michelangelo.

Uno schiavo di Michelangelo.

Considerate che un uomo (uno schiavo) lavorando (con le braccia, mica seduto al computer…) dodici ore al giorno senza interruzione sviluppa appena 0,6 kWh… Considerate che un kWh elettrico in bolletta vi costa massimo 20 centesimi… Considerate anche che (come riferisce Nicola Armaroli in un recente articolo pubblicato su Sapere) un’automobile di media cilindrata viaggiando a velocità di crociera sviluppa la potenza corrispondente al lavoro simultaneo di 1600 persone (o schiavi, se preferite) e che un Jumbo in decollo a pieno carico da Linate invece sviluppa addirittura l’equivalente della potenza di un milione e 600mila persone, più di tutti gli abitanti di Milano messi insieme. Insomma siamo venuti su in un’epoca di cuccagna energetica, dove con qualche euro possiamo procurarci l’equivalente energetico del lavoro di migliaia di persone sotto forma di elettricità o carburante. Ma “La cuccagna è finita” come dice Armaroli efficacemente nel titolo del suo lavoro, perché i giacimenti petroliferi “giganti o supergiganti” non si trovano più e nessuno sa come rifornire il popolo mondiale dei 100-120 milioni di barili di cui necessiterà di qui a qualche decina d’anni (i consumi attuali sono di “appena” 85 milioni di barili al giorno). La cuccagna è anche messa in crisi dall’ormai acquisita nozione che stiamo sbilanciando il clima planetario (e anche altre cosucce come l’acidità degli oceani e il livello generale degli stessi) con le enormi emissioni di gas serra provocate dalla combustione sempre più frenetica di gas carbone e petrolio. Armaroli, dopo un’analisi molto critica delle prospettive nucleari globali e italiane, invita per l’ennesima volta a rivolgere l’attenzione politica (cioè gli investimenti e le politiche) in direzione dell’unica fonte pulita e inesauribile di cui direttamente o indirettamente disponiamo: il sole. Auguriamoci che il suo invito venga presto raccolto e auguriamo anche al direttore di Sapere, prof. Carlo Bernardini, che festeggia 25 anni di felice direzione dell’unica rivista di divulgazione scientifica interamente italiana, altri 25 anni almeno di attività editoriale.





15 chilometri al litro… ma nel 2020!

22 09 2008

Con un po ‘ di aritmetica (e con l’aiuto di Google) si scopre facilmente che il nuovo standard di 35 miglia al gallone stabilito negli Stati Uniti per il 2020 (Energy Independence and Security Act) corrisponde a circa 15 km/litro, un livello ampiamente superato da moltissimi modelli comunemente in vendita in Europa (la versione diesel della Citroen C1 fuori città fa addirittura i 30 km/litro!). Con queste premesse si capisce facilmente come mai negli Stati Uniti si consumino quasi 21 milioni di barili di petrolio ogni giorno (7,5 miliardi l’anno), un quarto del totale mondiale! Ovviamente con questi ritmi di consumo gli Usa sono costretti ad importare dall’estero due terzi delle proprie necessità di petrolio, spendendo cifre che nel 2008 si avviano a toccare la sbalorditiva cifra di 500 miliardi di dollari (circa metà di quanto costerà l’operazione di salvataggio pubblico del mondo finanziario annunciata l’altro giorno da Bush). In questo contesto di sperperi e di panico non sorprende che si chieda a gran voce di riprendere le ricerche petrolifere nel Golfo del Messico e addirittura nei santuari protetti dell’Alaska. Ma non sarebbe ora di cambiare strada in modo più deciso? Certamente sì, puntando subito e con decisione all’auto elettrica ricaricabile dalla presa di corrente ed alla produzione di elettricità da fonti rinnovabili, come sostengono in una recente scheda su questi problemi gli esperti del Earth Policy Institute, gli Usa potrebbero tagliare drasticamente le proprie importazioni di petrolio senza fare ricorso a ulteriori scavi e perforazioni. Con il non trascurabile effetto collaterale di tagliare anche le proprie enormi emissioni di gas serra (aggiungiamo noi).





dal petrolio al vento, in Texas

16 07 2008
T Boone Pickens, fare affari col vento a 80 anni suonati

T Boone Pickens, fare affari col vento a 80 anni suonati

Ha ordinato 677 nuove pale eoliche che dal 2011 pomperanno corrente elettrica nella rete americana. Prima tranche di un progetto da 4mila megawatt che costerà circa 10 miliardi di dollari. La parabola dell’ottantenne miliardario texano T Boone Pickens, “convertitosi” al vento e prossimo proprietario della più grande “wind farm” del mondo, è raccontata qui (in inglese). Qualche cenno anche qui (in italiano!).

Fonte: The Independent