Obama, dacci un taglio!

6 07 2009
La strada è stretta ma bisogna andare avanti...

La strada è stretta ma bisogna andare avanti...

Se anche il Senato americano approverà la nuova linea di Obama sulle emissioni (il che non è mica detto…), gli Stati Uniti dovrebbero adottare un obiettivo di taglio del 17% delle emissioni di CO2 entro il 2020, da calcolarsi partendo non dal 1990 ma dal 2005. In quell’anno le emissioni Usa si aggiravano intorno ai 6 miliardi di tonnellate, il 17% in meno significa quindi un taglio di 1 miliardo di tonnellate, da realizzarsi attraverso il ricorso a diminuzioni dei consumi e adozione di fonti rinnovabili (soprattutto vento). Si tratta di un’inversione di rotta totale rispetto all’era Bush, nella quale neppure si riconosceva l’esistenza del problema climatico e ogni possibile discorso di tagli alle emissioni veniva visto come un attentato alla cosiddetta “american way of life” che chissà perché deve per forza significare spreco sistematico di energia e materiali. Non siamo del tutto ingenui e sappiamo bene che ogni taglio ai consumi energetici implica un altrettanto evidente taglio negli immensi profitti delle compagnie petrolifere (non dimentichiamo che, crisi o non crisi, Exxon è sempre l’azienda più redditizia del pianeta). In ogni caso, per quanto grande possa apparire questa svolta, siamo di fronte a un passo decisamente insufficiente: se in Europa riusciamo a “sopravvivere” piuttosto bene con dieci tonnellate di emissioni l’anno a persona non si capisce perché non possano fare lo stesso anche gli americani, e in questo caso il taglio potrebbe essere del 50%, dato che il loro standard (fino al 2008) era di venti tonnellate a testa, cioè il doppio di noi. Naturalmente un taglio di questo genere implicherebbe una serie di scelte ben più impegnative che la semplice sostituzione dei SUV con auto normali di stile Fiat o il passaggio dal carbone al gas naturale nelle centrali elettriche. Per esempio pensiamo ai trasporti pubblici tra le città, che negli Usa sostanzialmente significano aerei, pullman e treni a nafta, mentre in Europa significano soprattutto treni elettrici. Per poter tagliare significativamente i voli aerei e i pullman gli Usa dovrebbero investire in una rete ferroviaria intercity ad alta velocità e in tranvie leggere ad uso dei pendolari e delle connessioni più  brevi. Comunque a giudicare da questa notizia dalla casa Bianca anche su questi argomenti Barack è ferrato…





Benvenuto CliMario

5 06 2009
Unaltro dizionario...

Un altro dizionario...

Un po’ per noia e un po’ per passione ho aggiunto a Pianetaserra una nuova pagina, un dizionario climatico che speriamo risulti utile ai miei (pochi) lettori. Si chiama CliMario e per ora contiene qualche decina di voci, tutte interconnesse, secondo la logica dell’ipertesto. La cosa è nata dalla constatazione che opere simili in circolazione sul web contengono diversi svarioni, che per carità di patria non cito. E visto che nessuno è senza peccato a questo punto dichiaro aperto anche CliMario per la caccia all’errore. Buona consultazione!





Qualcuno ha del ghiaccio?

2 04 2009

Ghiaccio bollente...

Ghiaccio bollente...

Volete vedere con i vostri occhi quanto ghiaccio c’era nell’Artico alla fine della scorsa estate e confrontarlo con quanto ce n’era nello stesso giorno di vent’anni prima? C’è una pagina web che ve lo consente. Fa parte di un eccellente sito (intitolato, a mo’ di giornale quotidiano, The Cryosphere Today) dell’università dell’Illinois, basato su migliaia di immagini da satellite che l’università ha collezionato e continua ad accumulare, allo scopo di permettere a chiunque di seguire quel che accade al polo nord e nel resto della criosfera. Sono rimasto a bocca aperta quando ho confrontato il 30 settembre del 2007 e del 2008 con lo stesso giorno del 1980. Un conto è sentirlo dire, un altro è vedere con i propri occhi quanto poco ghiaccio restava sull’oceano artico alla fine delle scorse estati. La storia degli orsi polari in pericolo, dirà qualche cinico, non ci scuote più di tanto. Beh, allora lasciatevi scuotere da questo: se il polo nord continua a scaldarsi così tanto siamo nei guai grossi tutti, e non solo gli orsi. Avete presente la Siberia? Anche il suo permafrost si scioglie, e dai suoli scongelati si liberano quantità sempre crescenti di metano, un gas serra ventitrè volte più efficiente dell’anidride carbonica e che non abbiamo alcuna idea di come recuperare dall’atmosfera una volta che ci finisce. Katey Walter, la giovane scienziata americana che nel 2006 aveva pubblicato su Nature il primo rapporto sperimentale sull’argomento, è tornata di recente sui siti siberiani dove aveva fatto le sue misure e dice che i laghi che eruttano metano sono quattro volte più grandi di quattro anni fa… Le connessioni tra lo scioglimento dei ghiacci artici e il resto del pianeta appaiono del tutto sorprendenti. Qualcuno ha pubblicato un serio studio modellistico dal quale si deduce che, grazie alle enormi masse d’acqua dolce che continuano a riversarsi nell’Oceano artico a causa delle crescenti temperature, si è indebolita la corrente marina conosciuta come il Grande Nastro Trasportatore, che si origina vicino alla Groenlandia e che gira per mezzo mondo: gli effetti di questo cambiamento si ripercuotono fino all’Oceano Indiano, perturbando o addirittura interrompendo il ciclo dei monsoni, assolutamente vitali per l’India e per le zone limitrofe. Per dirla con Fred Pearce, di New Scientist “A warmer Arctic will change the entire planet, and some of the potential consequences are nothing short of catastrophic”.





ACC… se il clima ci scappa dalle mani…

25 08 2008
La foresta ubriaca, conseguenza della scioglimento del permafrost.

La foresta ubriaca, conseguenza della scioglimento del permafrost.

La sigla ACC significa Abrupt Climate Change, espressione che possiamo tradurre come cambiamento climatico brusco ed improvviso. L’ACC è un fenomeno ben presente nelle registrazioni paleoclimatiche e costituisce quindi un problema molto preoccupante, di cui la letteratura tecnica sta cominciando a occuparsi con sempre maggior frequenza: in poche parole man mano che aumentano i gas serra in atmosfera il sistema climatico si scalda e questo nuovo livello termico può innescare ulteriori emissioni naturali di gas serra del tutto incontrollabili. Un esempio in questo senso è quello delle emissioni di metano dalle tundre artiche. Queste sono zone estesissime che circondano l’Artico, presenti in particolare in Russia e Nord America. Fino a un po’ di tempo fa queste aree erano caratterizzate dalla presenza di terreni permanentemente congelati o permafrost. Il permafrost va progressivamente sciogliendosi proprio perché le zone circumpolari appaiono quelle più sensibili al riscaldamento globale, con aumenti termici dell’ordine di 4 centigradi in vent’anni a fronte di quelli più modesti (meno di un grado) rilevati nelle zone temperate. Lo scioglimento del permafrost genera la decomposizione in acqua di resti vegetali e animali in esso congelati e le conseguenti emissioni di metano, un gas serra 23 volte più efficiente dell’anidride carbonica e la cui concentrazione in atmosfera è in effetti salita dai tempi preindustriali con rapidità anche maggiore di quella registrata per la CO2 (anche se misure recenti mostrano una certa stabilizzazione della sua concentrazione) portandosi a livelli di poco inferiori a 2000 parti per miliardo (ppb), come riportato dall’Ipcc.