Ancora da Flopenaghen, e domani si chiude…

17 12 2009

Gli attivisti di Avaaz al Bella Centre di Copenaghen (foto Lombroso)

Il giorno della società civile

Lorenzo Fioramonti, Copenaghen, 16/12/09

Tra due giorni si chiude la COP15 e, salvo colpi di scena, non si arriverà ad un accordo. Già si parla infatti del prossimo appuntamento. Alcuni sperano che si tenga entro la metà del 2010. Al Gore, l’ex vicepresidente americano da anni prestato alla causa climatica, lo ha sottolineato più volte in un discorso tenuto ieri: non si può aspettare un altro anno. Gli africani hanno rivisto alcune delle loro posizioni ed ora si accontentano di un impegno a stanziare 100 miliardi di dollari all’anno per i paesi più poveri entro il 2020. Tra stasera e domani arriveranno tutti i capi di stato e di governo. Vedremo se sarà un’ennesima parata formale senza alcun impatto, oppure qualcuno riuscirà a smuovere le acque.

Intanto oggi la società civile si è fatta sentire, nonostante il freddo e la neve. Alcune migliaia di persone hanno circondato il Bella Centre, dove si svolgono i negoziati, ed una delegazione è riuscita ad entrare nell’edificio. Chiedono di poter partecipare, di far sentire la propria voce e di gridare ‘giustizia’ in faccia ai governanti dei paesi più ricchi e più inquinanti. Il responsabile Onu Yvo de Boer ne ha incontrati alcuni, ma ha detto che “per ragioni di sicurezza l’accesso al centro deve essere limitato”. Un’altra sede verrà allestita per le Ong e i movimenti a partire da domani 17 dicembre (oggi ndr).

I manifestanti sono ancora fuori, che aspettano. Cercano di riscaldarsi come possono, in un clima lugubre e fermo, come se il tempo si fosse bloccato. Tutto il mondo attende un responso, che molto probabilmente non arriverà. La protesta dovrà continuare e, forse, il 2010 vedrà il risorgere di una società civile globale finora assopita. Il clima, a parte il gioco di parole, sembra propizio.

NB E’ importante aggiungere la propria firma a quelle di milioni di altri terrestri per l’appello climatico che Avaaz.org consegna oggi ai grandi convenuti alla conferenza (ndr).





Il nostro uomo alla COP

15 12 2009

grazie Lorenzo!

Anche Pianetaserra ha un inviato a Copenaghen! Scrive per noi Lorenzo Fioramonti, collaboratore al Dipartimento di politica istituzione e storia dell’università di Bologna, collaboratore di Sbilanciamoci.info e anche autore del film The age of adaptation. Ecco di seguito il suo primo reportage.

No money, no deal

C’era da aspettarselo: la strada dei negoziati di Copenhagen prosegue in salita. La seconda e ultima settimana di lavori si apre nel segno dello scontro, con i rappresentanti africani che hanno abbandonato temporaneamente i negoziati per protestare contro il rischio che il testo finale si discosti troppo dagli impegni presi a Kyoto. Il ‘walkout’ africano di lunedì mattina ha fatto seguito ad un fine settimana molto turbolento, che ha visto la marcia dei movimenti sociali e della società civile terminare con circa un migliaio di persone arrestate. Nella capitale danese, nonostante il freddo polare, il clima si surriscalda ogni ora che passa.

In un tentativo di rimescolare le carte, il governo messicano e quello norvegese hanno presentato una proposta comune per la costituzione di un Fondo Verde che, sostenuto attraverso delle aste internazionali, riesca a finanziare le politiche di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici nei paesi in via di sviluppo. In questo modo, il mercato fa da sé e non c’è troppo bisogno di impegnare risorse ingenti hic et nunc. Ma se questa proposta offre un sospiro di sollievo ai paesi industrializzati (che non vogliono pagare il conto), mette in agitazione quelli più poveri, a partire dalle nazioni africane. Chi garantisce che i finanziamenti dal nord al sud cresceranno con il tempo? E se il prezzo dei crediti dovesse crollare (come è già accaduto nel mercato europeo)?

Le tipiche incertezze del mercato, qualcuno ci dice. Quindi, mentre la questione del debito climatico torna prepotentemente sulla scena, le proteste di attivisti, movimenti e cittadini si diffondono per il mondo. Sabato scorso c’è stata la marcia dei movimenti. Colorata, vivace e molto partecipata, nonostante l’arresto di circa un migliaio di dimostranti da parte della polizia danese. In tutto il mondo le hanno fatto eco oltre quattromila iniziative secondo Greenpeace. E la scienza? È rimasta in un angolo, sepolta dai cumuli di carte che vengono stampate, corrette ed emendate ogni ora. L’IPCC chiede infatti una riduzione di emissioni tra il 25% ed il 40% entro il 2020 per evitare che l’aumento della temperatura media del pianeta superi i 2 gradi . Ma uno studio appena pubblicato rivela che, mettendo insieme le proposte fatte finora dai principali paesi inquinanti, la riduzione ammonterebbe solo ad un 8-12%. Meno della metà di quanto sarebbe necessario. E chi pagherà il prezzo salato di un accordo che non dovesse servire a niente? (Copenaghen, 14 dicembre 2009)

Lorenzo Fioramonti,  promotore della campagna Global Reboot, resettiamo il sistema

No money, no deal

Di Lorenzo Fioramonti

C’era da aspettarselo: la strada dei negoziati di Copenhagen prosegue in salita. La seconda e ultima settimana di lavori si apre nel segno dello scontro, con i rappresentanti africani che hanno abbandonato temporaneamente i negoziati per protestare contro il rischio che il testo finale si discosti troppo dagli impegni presi a Kyoto. Il ‘walkout’ africano di lunedì mattina ha fatto seguito ad un fine settimana molto turbolento, che ha visto la marcia dei movimenti sociali e della società civile terminare con circa un migliaio di persone arrestate. Nella capitale danese, nonostante il freddo polare, il clima si surriscalda ogni ora che passa.

In un tentativo di rimescolare le carte, il governo messicano e quello norvegese hanno presentato una proposta comune per la costituzione di un Fondo Verde che, sostenuto attraverso delle aste internazionali, riesca a finanziare le politiche di mitigazione ed adattamento ai cambiamenti climatici nei paesi in via di sviluppo. In questo modo, il mercato fa da sé e non c’è troppo bisogno di impegnare risorse ingenti hic et nunc. Ma se questa proposta offre un sospiro di sollievo ai paesi industrializzati (che non voglio pagare il conto), mette in agitazione quelli più poveri, a partire dalle nazioni africane. Chi garantisce che i finanziamenti dal nord al sud cresceranno con il tempo? E se il prezzo dei crediti dovesse crollare (come è già accaduto nel mercato europeo)?

Le tipiche incertezze del mercato, qualcuno di dice. Quindi, mentre la questione del debito climatico torna prepotentemente sulla scena, le proteste di attivisti, movimenti e cittadini si diffondono per il mondo. Sabato scorso c’è stata la marcia dei movimenti. Colorata, vivace e molto partecipata, nonostante l’arresto di circa un migliaio di dimostranti da parte della polizia danese. In tutto il mondo, hanno fatto eco oltre 4,000 iniziative secondo Greenpeace. E la scienza? È rimasta in un angolo, sepolta dai cumuli di carte che vengono stampate, corrette ed emendate ogni ora. L’IPCC chiede infatti una riduzione di emissioni tra il 25% ed il 40% entro il 2020 per evitare l’aumento di 2 gradi della temperatura media del pianeta. Ma uno studio appena pubblicato rivela che, mettendo insieme le proposte fatte finora dai principali paesi inquinanti, la riduzione ammonterebbe ad un 8-12%. Meno della metà di quanto sarebbe necessario. E chi pagherà il prezzo salato di un accordo che non dovesse servire a niente?

L’autore è promotore della campagna Global Reboot, resettiamo il sistema (www.globalreboot.org)





Prestigiacomo, zero in clima

1 12 2009

Chi non occupa si preoccupa...

Se uno ha pazienza e aspetta che l’esangue sito del ministero dell’ambiente si apra, ci trova queste frasi, attribuite al ministro. «Le indiscrezioni diffuse oggi sulla bozza di accordo proposta dalla presidenza danese per la conferenza di Copenaghen e le reazioni da parte indiana indicano come il negoziato sia giunto ormai al cuore del problema: il rapporto fra paesi industrializzati e paesi emergenti. Ed il susseguirsi di aperture ed irrigidimenti va letto anche nell’ottica della trattativa in corso. Probabilmente fra due settimane a Copenaghen non sarà firmato un accordo legalmente vincolante. Sarà invece possibile raggiungere una intesa politica forte che rimandi ad un trattato vincolante a breve. E questo non sarà certo un fallimento ma il primo dei due tempi di un accordo storico sul clima condiviso da tutti i paesi del mondo». E’ tutto. A parte l’italiano assai politichese non c’è niente di più di una risciacquatura di notizie d’agenzia. Ci si domanda a cosa serva avere un ministro dell’ambiente che a pochi giorni dall’apertura della conferenza di Copenaghen non sia in grado di dire qualcosa più di questo. Sarà che il ministro è preoccupato solo dall’occupazione del tetto di via Casalotti da parte dei ricercatori precari licenziati in massa da Ispra? A proposito di Ispra, anche per il sito del nostro istituto superiore ambientale (una creatura di Prestigiacomo) Copenaghen non esiste… Per confronto e per capire meglio in che mani siamo fatevi un giro sul sito del ministero inglese per l’energia e il clima oppure su quello francese dell’ambiente.





La Cina dà i numeri

27 11 2009

Qualcosa emerge dalle nebbie cinesi...

Va dato atto alla Repubblica (in particolare a Valerio Gualerzi, che segue le questioni ambientali) che argomentando bene le proprie critiche si può ottenere la modifica di una pagina web, come è successo ieri, quando nell’articolo “Clima, la promessa della Cina” il sottotitolo originale “Taglio del 40% entro il 2020″ su nostra sollecitazione è stato cambiato nel ben più realistico “2020, più efficienti del 40%”. Cosa significhino questi numeri cinesi in effetti non è facile da raccontare, dato che si intrecciano con gli altri numeri che arrivano quasi in contemporanea dagli Usa. Mentre questi ultimi sono una promessa di taglio assoluto alle emissioni (del 17 per cento entro il 2020, del 30 per cento entro il 2025 e del 42 per cento entro il 2030, rispetto ai livelli, peraltro enormi, del 2005) quelle cinesi sono promesse che riguardano l’intensità di emissione serra per unità di prodotto lordo, il che non implica affatto un taglio delle emissioni assolute, che ormai superano quelle Usa, dato che l’economia cinese è in piena espansione e continua a crescere persino adesso che tutto il resto del mondo è in preda alla recessione. Se la Cina continuasse a crescere così per altri dieci anni e si avverassero le promesse di Hu Jintao, invece di raddoppiare come il Pil, le emissioni cinesi potrebbero aumentare “solo” del 50-60%. Metaforicamente è come se ci dicessero che invece di correre verso un muro a 120 all’ora rallenteremo fino ai 60: ma qui il punto è che bisogna invertire la rotta, altrimenti contro il muro ci andiamo a sbattere lo stesso… In ogni caso i giochi di Copenaghen adesso sembrano riaperti e ci sarà da divertirsi.





Flopenaghen? Adesso è una certezza…

16 11 2009

Obamao

Le notizie dell’accordo a Singapore tra Obama e Hu Jintao sul clima non potevano essere peggiori. Lungi dall’intraprendere un braccio di ferro con il presidente cinese sulla questione del suo impegno a limitare seriamente le emissioni di gas serra cinesi entro il 2050, il presidente Usa, che si sta rivelando un’autentica delusione in molti settori, ha deciso, di comune accordo col potente partner commerciale e finanziario, di segare del tutto il ramo peraltro assai sottile sul quale sedeva la conferenza di Copenaghen, tanto che ci domandiamo a questo punto a cosa serva tenerla… In sostanza a Copenaghen non ci sarà la firma di alcun accordo vincolante, cioè con percentuali, scadenze, premi e punizioni, in sostituzione del protocollo di Kyoto, che scade nel 2012. Le difficoltà interne di Obama, che ha una (debole) legge sul clima e l’efficienza energetica approvata alla camera ma ferma al senato,  combinate con quelle economiche e finanziarie (ricordiamo che la Cina detiene un terzo del debito pubblico Usa) hanno prevalso sulle preoccupazioni ambientali. Intanto il mondo continua a scaldarsi, per un’idea precisa degli impatti esaminate la nuova mappa interattiva predisposta dal MetOffice, il prestigioso servizio meteo inglese.





Copenaghen: le emissioni della conferenza

13 11 2009
Troppo fumo a Dacca? ci pensano i danesi...

Troppo fumo a Dacca? ci pensano i danesi...

Ogni volta che si tiene una conferenza internazionale delle dimensioni di quella che sta per svolgersi a Copenaghen migliaia di delegati volano da ogni paese del mondo verso la sede della riunione, con emissioni di gas serra non trascurabili, dato che un aereo di linea ogni 10 km di volo emette circa un chilo di CO2 per ogni passeggero. Se ipotizziamo che ogni delegato voli per 10mila km arriviamo subito a una tonnellata pro capite (ed è una stima prudenziale). Il governo danese è corso ai ripari e ha deciso di neutralizzare queste emissioni con un investimento di 700mila euro in uno dei paesi più poveri del mondo, il Bangladesh, dove una ventina di inquinanti fabbriche di mattoni della capitale Dacca verranno sostituite con nuovi stabilimenti molto più efficienti e puliti. Il risultato finale, oltre al risparmio di ben 100mila tonnellate di emissioni serra l’anno, sarà anche un netto miglioramento della qualità dell’aria in quell’inquinatissima città. Mica male no? C’è del genio in Danimarca…





REDD, un acronimo per salvare le foreste

5 11 2009

REDD like a forest

Significa Riduzione delle Emissioni da Deforestazione e Degrado forestale ed è diventato uno dei punti chiave per la riuscita della conferenza di Copenaghen. Se ne parla su Nature, la più importante rivista scientifica del mondo, che gli dedica un editoriale. In italiano su questo argomento c’è anche un bel po’ di materiale sul sito Salvaleforeste. In poche parole comunque si tratta della strategia elaborata per ridurre e possibilmente azzerare la distruzione delle foreste tropicali, che procede talmente in fretta da provocare un quarto delle emissioni di anidride carbonica e un quinto di quelle totali di gas serra. Alle foreste salvate  o recuperate verrebbe assegnato un valore monetario che potrebbe essere ottenuto sul mercato globale delle emissioni. In sostanza soldi dai paesi danarosi ed emettitori, verso i paesi ricchi di foreste, per compensarli della mancata deforestazione. Semplice in teoria ma molto complesso nell’attuazione pratica. Un solo problema su tutti: chi controlla che la deforestazione stia davvero rallentando? La soluzione potrebbe essere tecnologica, con l’uso dei satelliti artificiali per controlli dallo spazio.





Flopenaghen, per evitarla servono 100 miliardi di euro

3 11 2009

Money for climate, not for guns

Sono queste le dimensioni del cumquibus necessario per firmare a Copenaghen un nuovo patto tra nord e sud del mondo, per fronteggiare gli adattamenti necessari a sopportare nel sud le conseguenze del cambiamento climatico generato dal nord, per rendere più virtuoso il sistema obsoleto e inquinante di produzione energetica dei paesi emergenti, e anche per interrompere la deforestazione tropicale, che procede a ritmi galoppanti aggravando gli effetti climatici dei combustibili fossili. Se questi soldi saltassero fuori la conferenza di dicembre sarebbe un trionfo della diplomazia globale e potrebbe varare un nuovo patto per il clima, per rimpiazzare Kyoto dal 2013 in avanti. Purtroppo al momento i paesi ricchi questi soldi non li vogliono tirare fuori, e allora i paesi più poveri il patto sul clima non lo firmano. Ricordiamo che se ci troviamo in questa impasse ciò è dovuto anche alla crisi economica, che ha interrotto la crescita forsennata dell’economia globale (con un calo delle emissioni globali di gas serra, per la prima volta da decenni) e che ha deviato immensi fondi pubblici verso banche e case automobilistiche per salvarle dal fallimento (forse). E ricordiamo che nei decenni passati sono stati i paesi ricchi del mondo, tra cui l’Italia, a pompare in atmosfera tanta anidride carbonica da aumentarne la concentrazione dai 280 ppm preindustriali ai quasi 390 attuali ed innescare il cambiamento climatico. Diciamo anche però che in un solo anno lo stato italiano trasferisce alle regioni, per la sola sanità, più di cento miliardi di euro, cioè più della cifra del titolo. Possibile che tanti paesi ricchi non riescano a tirar fuori tutti insieme questi soldi, per salvare la salute del pianeta e la pelle di moltissimi nostri simili? La miopia che acceca pericolosamente i nostri governanti va curata, conoscete qualche valido oculista? Aggiungo che secondo la Fao, nel mondo si spendono ogni anno 1340 miliardi di dollari per le armi…





Clima: pochi passi avanti a Bangkok

9 10 2009
Un passettino corto corto...

Un passettino troppo corto...

Cos’è successo di concreto a Bangkok in due settimane di negoziati, con 4000 tra negoziatori e osservatori? L’unica cosa che si riesce a capire chiaramente è che il documento sul quale ci si accapiglia si è ridotto da 280 a “sole” 100  pagine, ma non contiene ancora né obiettivi numerici di taglio alle emissioni dei paesi industriali né altrettanto numeriche promesse di denari per i paesi più poveri, perché siano in grado di migliorare i propri sistemi energetici e affrontare l’adattamento al cambiamento del clima. Insomma, la montagna finora ha prodotto un topolino, con buona pace dell’energico olandese Yvo de Boer (nella foto, si pronuncia de bur), che guida il processo negoziale per conto dell’Onu. Prima di Copenaghen resta un altro giro di discussioni in Spagna il mese prossimo, stiamo a vedere, anzi facciamoci sentire aderendo all’appello di Greenpeace per mandare Berlusconi a Copenaghen. Magari il posto gli piace e resta là…





Clima: +2 gradi ok, +4 gradi KO!

7 10 2009

Non è un pianeta per vecchi...

Non sarà un pianeta per tutti...

Siamo al centesimo articolo di Pianetaserra e  io non riesco ancora ad esprimere compiutamente la mia preoccupazione per l’inerzia generalizzata sulla questione climatica. So che tutti hanno altro da pensare, il governo pensa al lodo, i cittadini a mettere insieme il pranzo con la cena, i ricercatori ad ammucchiare pubblicazioni. Intanto però il torrente di CO2 che buttiamo in atmosfera in ogni momento continua a scorrere e il clima continua a cambiare sotto i nostri occhi, in uno stillicidio disastroso di incendi, alluvioni, siccità e uragani. La scorsa settimana a Oxford, ne riferisce il puntuale New Scientist, nella conferenza scientifica “4 degrees & beyond” è stata presentata l’immagine inquietante di come sarà la Terra a metà di questo secolo se non vengono attuate le misure drastiche di riduzione delle emissioni che invochiamo da anni. Sarà un pianeta da +4 gradi, il che significa in alcune zone continentali un aumento della temperature di +12 gradi! Se infatti il vasto oceano, che occupa il 70% del pianeta, si scalderà solo di un paio di gradi allora saranno le terre emerse con il loro 30% di superficie a dover far media: se fate due conti viene fuori un +8 gradi medio, con le punte di cui sopra in prossimità dell’Artico. Le conseguenze sarebbero micidiali, non voglio fare l’elenco ma cito solo questo: la pianura padana e il nord Italia in generale potrebbero subire un aumento medio di 8-10 gradi. Se usate Google Earth e vi scaricate l’apposito file potrete visualizzare in 3d il nuovo mondo che ci attende.