Gli effetti diretti della CO2

27 07 2009
Foglie velenose?

Foglie velenose?

Sapevamo già che i popoli più poveri sono soggetti ai più forti impatti del cambiamento climatico attuale e prossimo venturo. Ora però salta fuori che la crescita della CO2 può avere impatti negativi diretti senza intermediazioni: di recente New Scientist ha dato rilievo a uno studio sulla cassava o manioca, una coltura molto importante per le popolazioni povere dell’Africa, che ne fanno largo uso alimentare, soprattutto trasformando in farina le radici. Anche le foglie di questa pianta hanno un utilizzo alimentare, ma contengono tracce di acido cianidrico, sostanza tutt’altro che benefica per il corpo umano e che tende ad aumentare la propria concentrazione nelle foglie in presenza di concentrazioni maggiori di CO2 in aria. Già oggi a causa dell’imperfetta manipolazione della cassava molti bambini soffrono di konzo, una forma irreversibile di paralisi delle gambe dovuta all’acido cianidrico. Se le concentrazioni di co2 dovessero raggiungere le 500 ppm entro il 2050 questo significherebbe anche il raddoppio della pericolosità della cassava come alimento, dice lo studio citato da New Scientist. Un motivo in più per spingere i governi del mondo all’accordo di Copenaghen, come sta continuando a fare Ban Ki-moon il segretario dell’Onu, che di recente ha lanciato un altro appello in questo senso.





Benvenuto CliMario

5 06 2009
Unaltro dizionario...

Un altro dizionario...

Un po’ per noia e un po’ per passione ho aggiunto a Pianetaserra una nuova pagina, un dizionario climatico che speriamo risulti utile ai miei (pochi) lettori. Si chiama CliMario e per ora contiene qualche decina di voci, tutte interconnesse, secondo la logica dell’ipertesto. La cosa è nata dalla constatazione che opere simili in circolazione sul web contengono diversi svarioni, che per carità di patria non cito. E visto che nessuno è senza peccato a questo punto dichiaro aperto anche CliMario per la caccia all’errore. Buona consultazione!





Tornare alla carboneria

10 03 2009
Un nuovo carbonaro...

Un nuovo carbonaro...

Non è un invito alla ricostituzione di movimenti libertari clandestini (anche se forse qualcuno ce ne vorrebbe, dati i tempi), è invece uno sbocco possibile per il problema dell’anidride carbonica: sequestrarla nella carbonella vegetale e seppellirla nel terreno. I carbonai o carbonari lo facevano nel passato anche nei nostri boschi, fabbricavano grandi cataste di rami d’albero e poi le facevano lentamente bruciare, anche se in tale scarsità d’ossigeno che il termine bruciare non è esatto, i chimici infatti chiamano questo procedimento pirolisi, ovvero decomposizione in presenza di calore. Il legname così trattato si trasforma in uno stabile deposito di carbonio che può essere incorporato nel terreno senza timore di ulteriori decomposizioni. In teoria tutti i residui vegetali di origine agroforestale potrebbero essere trattati in questa maniera e molti ricercatori, tra cui l’italiano Franco Miglietta del Cnr (foto), si stanno attivamente occupando della cosa nell’ambito della International Biochar Initiative. Della questione si occupa anche il Corriere della Sera con un articolo e il Sole24Ore con inchiesta e filmati. Tanto per fare un esempio, in Italia si producono ogni anno circa venti milioni di quintali tonnellate di paglia di grano e altri cereali, corrispondenti a circa 36 milioni di ton CO2. Se fossero tutti sequestrati sottoterra cancellerebbero il 6-7% delle emissioni nazionali di anidride carbonica. Aggiungeteci tutti i residui legnosi e la cosa comincia a diventare molto interessante, no?





La tempesta perfetta

24 09 2008
200mila varietà di grano sono abbastanza?

200mila varietà di grano sono abbastanza?

Secondo Cary Fowler, che dirige il Global Crop Diversity Trust (Fondazione globale per la biodiversità delle colture), l’agricoltura mondiale sta per fronteggiare una tempesta perfetta, composta da tre ingredienti: un tasso di estinzione senza precedenti di varietà agricole, un aumento senza precedenti della popolazione mondiale, un riscaldamento del pianeta senza precedenti da quando si pratica l’agricoltura stessa. Per prepararsi alla tempesta la Fondazione ha creato (spendendo 9 miliardi di dollari) nel gelido suolo delle isole Svalbard, a nord della Norvegia, un deposito di semi agricoli provenienti da tutto il pianeta. Considerate che solo di grano nel mondo sono censite circa 200mila diverse varietà, ma considerate anche che delle oltre settemila varietà di melo che esistevano negli stati Uniti nell’Ottocento, ne sopravvivono oggi solo il 15%. La biodiversità delle colture è un patrimonio essenziale per l’umanità, dato che i geni contenuti in una varietà selvatica di frumento possono salvare quelle coltivate da malattie micidiali e altrimenti incurabili. I genetisti agrari di tutto il mondo sono ora a caccia di caratteri genetici che consentano alle colture di sopravvivere agli stress climatici che si prospettano da qui a fine secolo. Per saperne di più leggere qui (in inglese).