Rinnovabili e nucleare

17 12 2008
Cè poco da ridere...

C'è poco da ridere...

Tra i provvedimenti sul clima e l’energia approvati ieri dal Parlamento europeo ce n’è uno che stabilisce la quota di rinnovabili da raggiungere per ogni paese al 2020: per l’Italia la quota è 17% (quindi meno del 20% teoricamente richiesto dall’Unione). Il punto è che l’Italia nel 2005 con le fonti rinnovabili produceva solo il 5% di tutta l’energia consumata, che raggiunge la folle cifra di 900 terawattora (TWh) o se preferite di 200 milioni di tonnellate equivalenti di petroli (Mtep). Per amor di patria concediamoci un altro punto guadagnato con le installazioni eoliche e fotovoltaiche nell’ultimo triennio, dunque la strada da percorrere è di 11 punti percentuali di rinnovabili da macinare in dodici anni, quasi un punto percentuale all’anno, corrispondente, a domanda costante, a 99 TWh di produzione energetica da rinnovabili.
Proviamo a fare un ragionamento sull’eolico: se è vero quel che scrive l’Anev sul suo sito, in Italia entro il 2020 si potrebbero installare impianti eolici in quantità tale da produrre altri 23 TWh elettrici in più rispetto agli attuali 4. Quindi nell’ipotesi che gli impianti si facciano davvero ci restano altri 76 TWh di rinnovabili da scovare da qualche parte, ma dove?
Il fotovoltaico costa troppo (siamo a circa 5 volte il costo del vento per ogni watt installato), il geotermico è fermo e le proteste sono spesso fortissime, il solare termodinamico si costruisce in Spagna e negli Usa ma da noi siamo alla perenne sperimentazione.
Ci resterebbe il risparmio, ma leggiamo (v. articolo sotto) che i provvedimenti governativi lo frenano riducendo drasticamente le agevolazioni fiscali o secondo alcuni addirittura azzerandole (hanno introdotto un perverso meccanismo di silenzio-dissenso per cui tu fai domanda e se nessuno ti risponde entro 30 giorni vuol dire no).
E allora? La strada sembra spianata per le centrali nucleari di Scajola, 10mila MW nucleari, che potrebbero produrre fino a 90 TWh, giusto giusto nel 2020…





Firmate per il 55%

9 12 2008
Aridacce lincentivo...

Aridacce l'incentivo...

Il governo Berlusconi con il Decreto Legge n° 185, art. 29, ha di fatto cancellato il contributo del 55% alle spese di ristrutturazione energetica degli edifici. Vi invito a sottoscrivere la petizione online che chiede il ripristino di questa importantissima agevolazione fiscale. Il patrimonio edilizio italiano è inutilmente energivoro e contribuisce in modo molto pesante alle nostre emissioni di gas serra. Anche l’Onu con il quarto rapporto Ipcc sostiene la necessità di agire sull’edilizia esistente per ridurre le emissioni di CO2. Questa cancellazione governativa è irresponsabile e non favorisce affatto la ripresa economica strozzando sul nascere un settore, quello delle ristrutturazioni energetiche, che mostrava i primi segni di un vigoroso sviluppo.





Il pane e la bici

3 12 2008

La bici del pane...

Secondo New Scientist (n. 2682 del 15 novembre 2008, p. 38) se un ciclista fa tutti i giorni una dozzina di km per andare e tornare da scuola o dal lavoro, in un anno consuma l’equivalente di 22 chili di pane integrale (50mila calorie). Secondo i redattori del settimanale scientifico inglese, per produrre ogni kg di pane vengono emessi circa 1,1 kg di carbonio, quindi le emissioni annuali del ciclista sono di soli 24 kg di carbonio, molto meno di qualunque mezzo pubblico, che di carbonio per lo stesso percorso ne fa almeno 164 kg l’anno per passeggero (in Inghilterra moltissimi treni sono a nafta, per l’Italia presumibilmente il conto scende un po’ dato che i motori elettrici sono più efficienti di quelli diesel e una piccola parte dell’elettricità usata dai treni è prodotta da fonti rinnovabili).
Incentivare il pendolarismo ciclabile è quindi molto importante purché le aziende di trasporto pubblico riducano progressivamente il numero di corse e/o le dimensioni dei mezzi che usano mentre il ciclismo cresce. Se invece le aziende di trasporto locale o le ferrovie non adeguano prontamente il servizio al calo della domanda flessibilizzando opportunamente l’offerta, il ciclismo urbano (sostitutivo del mezzo pubblico) non riesce ad avere alcun effetto climatico positivo. Naturalmente se il ciclista invece del mezzo pubblico abbandona la moto o addirittura l’auto, il beneficio è enorme. Sul percorso del nostro ciclista una moto media emette infatti 192 kg l’anno (80 g/km, 200 viaggi a/r di 12 km) mentre l’auto media almeno il doppio (e stiamo trascurando del tutto le emissioni causate dalla produzione dei mezzi di trasporto stessi, un bici pesa intorno a 15 kg, una moto almeno 200 e un’auto almeno 1000).
Se però l’auto viaggia piena (per esempio con 4 car poolers), batte il mezzo pubblico… ecco perché di ogni politica mirata alla mitigazione bisogna sempre fare un’accurata valutazione quantitativa sia durante la fase progettuale che durante la sua attuazione. Le politiche devono anche essere dotate di opportuni meccanismi di aggiustamento che consentano di tener conto delle valutazioni in corso d’opera, per massimizzarne gli effetti benefici.
Ad esempio se si investe sulla ciclabilità urbana e periurbana (o interurbana) senza incentivare l’uso delle nuove infrastrutture, e senza disincentivare al contempo l’uso del mezzo privato sui medesimi percorsi, si corre il rischio di aumentare le emissioni invece di ridurle, a causa dei lavori di costruzione e delle emissioni dei materiali utilizzati per costruire le piste e attrezzarle.
Insomma, la protezione del clima non si improvvisa, e non si vive di solo pane e bici…