Volare, oh oh

25 11 2008
Volare meno, volare basso...

Volare meno, volare basso...

Mi piace volare, ma lo faccio sempre meno. Voi direte che dipende dai prezzi, oppure dalla scomodità di stare a girare per aeroporti, e invece no, lo faccio sempre meno perché non ho voglia di emettere altro carbonio. Ogni volo infatti comporta enormi consumi di carburante, che aumentano se il volo non è diretto (molti decolli, molto carbonio). Per esempio Air France sul suo sito mi dice che un Bologna-Helsinki via Amsterdam (a/r) spara in aria per ogni passeggero 700 kg di CO2 (se il volo è mezzo vuoto naturalmente la cifra pro capite cresce ancora di più). In automobile ci giro due mesi per emettere 700 kg, e siamo sempre in quattro, quindi quel singolo volo equivale alle mie personali emissioni di otto mesi di viaggi in macchina. Vabbè, sono fatti tuoi, diranno i miei pochi ma affezionati lettori. Ora però cominciano a uscire notizie di ricerche condotte sulle emissioni di carbonio dovute ai voli dei ricercatori, in particolare dei ricercatori che si occupano di clima, e i dati sono allarmanti. Nature riferisce in un recente pezzo che i ricercatori dell’istituto norvegese di studi atmosferici Nilu fanno ben 24 voli l’anno ed emettono di conseguenza qualcosa come 4-6 tonnellate di anidride carbonica a testa. Non vorrai mica fermare la ricerca climatica, dirà qualcuno? Certamente no, però un po’ di attenzione è necessaria. Quel congresso, è indispensabile che ci vada? Quella riunione non può essere sostituita da un forum online oppure da uno scambio di email? Posso cercare un treno che arrivi a Vienna o a Parigi, invece di andarci in aereo?  Inoltre è possibile almeno provare a compensare le emissioni (il cosiddetto carbon offsetting) dei voli reputati indispensabili attraverso dei meccanismi di finanziamento di progetti per la riforestazione oppure per la produzione di energia rinnovabile, come fanno da anni alcuni ricercatori del Politecnico di Zurigo, che per ogni volo si tassavano per sostenere un progetto in Costarica e che ora gestiscono un’organizzazione denominata Myclimate, reputata tra le più affidabili del mondo in questo settore (tra parentesi il volo di cui sopra secondo Myclimate emette più di una tonnellata e ci vogliono 40 franchi svizzeri per compensarne le emissioni). Naturalmente queste misure personali non bastano, l’aviazione civile sta crescendo troppo in fretta e la Ue  sta lavorando per tassare le emissioni dei voli nell’ambito del sistema europeo di scambio delle emissioni ETS.





Dall’Epa all’Ispra

14 11 2008

Il lupo a guardia del gregge...

Il lupo a guardia del gregge...

Gli americani hanno l’Epa, Environmental Protection Agency, creata per attuare il Clean Air Act del 1970 e da allora non è cambiato molto, se non che la potente agenzia tecnica ambientale è stata oggetto di tentativi riusciti di metterla sotto controllo politico da parte di Bush. Da noi invece fino al 1994 non c’era un bel niente poi, per effetto di un referendum del 1993 promosso dagli Amici della Terra, è stata creata l’Anpa, agenzia nazionale per l’ambiente. Ma neanche ci eravamo abituati ad averla che l’hanno modificata e trasformata in Apat, dove la t sta per servizi tecnici, aggiunti nel 1999. Ma non bastava, quest’anno (2008) cambiato il governo, la nuova ministra Prestigiacomo ha deciso che di un’agenzia per l’ambiente non ne voleva sapere e ha assemblato Ispra, che non è il paesino sul lago Maggiore dove ha sede il Centro europeo di ricerca ex-Euratom, bensì l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Voi direte, e che ci importa, e io vi rispondo che importa assai, dato che era Apat a fare tutti i conti delle emissioni italiane di gas serra da spedire in Europa e all’Onu-Unfccc. Il bello è che i conti venivano svolti da assai specializzati ricercatori precari e che ora questi precari se ne devono andare a casa, come lamentano anche in un recente ampio articolo pubblicato dal Manifesto e che potete leggere qui: precari-di-kyoto.doc.





Comunicazione di servizio: Pianetaserra per email

11 11 2008

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Una parola al giorno: greenwashing

10 11 2008

Bastasse la cravatta...

Bastasse la cravatta...

Nel mondo anglosassone la facilità di creare neologismi è enormemente superiore a quella italica: c’è n’è uno in particolare che trovo assolutamente efficace e intraducibile, il termine “greenwashing”, letteralmente “lavaggio verde”. In effetti questa nuova parola indica la pratica sempre più corrente di aziende, peraltro inquinatrici e molto dannose per l’ambiente e/o per la salute, di darsi una verniciata di verde con campagne d’immagine che servono solo a ingannare i consumatori e in generale i cittadini sull’effettivo stato delle cose. La più clamorosa azione recente di greenwashing in Italia è stata la campagna della cravatta portata avanti dal capo dell’Eni nel 2007 e riproposta l’estate scorsa. Ricorderete il coraggioso gesto di Scaroni (foto), riportato fedelmente da tutti i media e naturalmente anche dal sito dell’Eni, che vanta ben 141 tonnellate di riduzione delle emissioni di anidride carbonica dovute all’aumento di 1 grado della temperatura durante l’estate nei condizionatissimi uffici Eni, grazie all’abolizione della cravatta. Chi frequenta questo blog sa bene che questo risparmio di emissioni è assolutamente trascurabile, dato che corrisponde alle emissioni annuali di gas serra di soli… 14 italiani!

Forse non è altrettanto noto quanto il clima terrestre deve all’Eni in termini di emissioni dovute alla combustione del gas naturale e degli altri prodotti fossili che Eni produce e commercia sul mercato nazionale ed europeo. Una cifra esatta non è disponibile ma una nostra stima assolutamente prudenziale basata sui dati di vendita riportati nel sito stesso ci dicono che, a fronte di 12-13 milioni di tonnellate di carburanti (di cui due terzi in Italia) e a fronte dei 99 miliardi di metri cubi di gas naturale (57 dei quali in Italia) venduti in un anno, si erge la spaventosa montagna di 235 milioni di tonnellate di emissioni di CO2, cui vanno aggiunte le 67 milioni di tonnellate emesse dall’Eni stessa (e dichiarate nel sito) durante l’esercizio 2007 per le proprie attività, che inglobano anche la sua produzione elettrica. Eni erutta direttamente o indirettamente, tramite la combustione di quel che commercializza, più della metà dell’intera emissione serra dell’Italia (570 milioni di tonnellate circa, dati 2007 Apat)!

Eni è tuttora sotto il controllo dello stato italiano e guadagna almeno 10 miliardi di euro l’anno (netto, dopo le tasse…). Eppure, grazie alla pubblicità, la gente crede che Eni sia un gigante buono, che rinuncia persino a togliersi la tanto adorata cravatta per il bene dell’ambiente e del clima… Gente, è ora di spegnere la televisione e riaccendere i neuroni!

Nota: nel caso vi interessino i dettagli ho considerato per prudenza che il carburante fosse tutta benzina, che emette circa 3 kg di CO2 (il gasolio ne fa quasi 4), e che ogni m3 di metano si traduca in 2 kg di CO2.





Il petrolio basso fa male al vento

7 11 2008
Dicono sia al tramonto...

Dicono sia al tramonto...

Dopo i picchi elevatissimi toccati dal prezzo del petrolio l’estate scorsa, con valori superiori ai 150 dollari, abbiamo assistito con sgomento al ritorno del suo prezzo su valori enormemente più bassi, che ora stazionano intorno ai 60$. Di conseguenza negli energivori Stati Uniti i prezzi alla pompa dei carburanti sono tornati ai livelli di due anni fa, come si può vedere da questa pagina ufficiale curata dal ministero dell’energia Usa. Interessante notare che negli Stati Uniti il diesel è considerevolmente più caro della benzina (+32 cents al momento di scrivere). Purtroppo il crollo inatteso del prezzo del petrolio e del gas naturale (e anche alcuni scossoni finanziari dovuti alla ben nota crisi dei mutui) ha provocato dei seri ripensamenti nei grandi progetti eolici di T Pickens.





Obama for climate

5 11 2008
A change for climate...

A change for climate...

Ebbene sì, siamo contenti anche noi che abbia vinto Obama e per una ragione speciale. Obama da anni scrive e parla in favore di un impegno netto e inequivocabile degli Stati Uniti sul fronte dei cambiamenti climatici. La prima volta che siamo incappati nel suo nome, allora del tutto sconosciuto, è stato due anni fa leggendo un suo intervento al Senato americano proprio sulla questione climatica. Quindi ci uniamo alle considerazioni di Gianni Silvestrini, direttore di QualEnergia, e cominciamo a tenere d’occhio la nuova amministrazione, dal 2009, ma forse già dalla conferenza di dicembre a Poznan.