La perfida Albione ci batte alla grande

Gli inglesi hanno appena pubblicato il loro primo rapporto di valutazione dei rischi da cambiamento climatico. Si tratta di un lavoro molto accurato condotto per conto del Defra (ministero dell’ambiente e dell’agricoltura) in preparazione del piano di adattamento previsto dalla legge. Già, perchè gli inglesi dal 2008 hanno una legge sul clima e da tempo immemore hanno un servizio meteorologico degno di questo nome che indaga seriamente sui cambiamenti climatici prossimi venturi, e che fornisce le basi scientifiche per valutare vulnerabilità e rischi. Il Defra oltretutto ha deciso di aprire al pubblico la possibilità di contribuire al piano di adattamento fornendo indicazioni e commenti via internet. Da noi invece tutto tace e sul sito del Ministero dell’ambiente la parola adattamento non è menzionata neanche nel glossario…

Adattamento, in italiano non funziona

Ministro, ci faccia il piano, che è tardi!

Le emissioni di gas serra continuano ad aumentare, dato che ormai l’economia mondiale la tirano non più i vecchi paesi occidentali bensi i nuovi e dinamici Bric (il Brasile per esempio qualche settimana fa è diventato la sesta potenza economica mondiale scavalcando gli inglesi…), che per questo fanno uso crescente di energia fossile (interessante notare che secondo alcune analisi i cinesi ormai hanno emissioni procapite uguali a quelle italiane… solo che loro sono 1300 milioni e noi 60!). Nel 2010 in effetti sono stati battuti tutti i record della CO2 con oltre 30 miliardi di tonnellate, e così il clima mondiale (e locale) continua a scaldarsi e a peggiorare.

In questa situazione responsabilità vorrebbe che si preparassero complessi piani di adattamento alle nuove condizioni climatiche, non solo a quelle già presenti ma a quelle indubbiamente peggiori che arriveranno presto. Secondo Ipcc, che all’adattamento dedica il ponderoso secondo volume del suo rapporto periodico, questi piani e attività sono comunque indispensabili perché anche nel caso in cui davvero tutti i paesi a partire dal 2020, come promesso a Durban, si impegnassero strenuamente a tagliare le emissioni serra, i gas già emessi in passato continuerebbero comunque a riscaldare il clima per un bel pezzo. E allora?

Allora l’Agenzia europea per l’ambiente ha messo a disposizione di tutti noi nel proprio sito una bella pagina dove si legge che per esempio la Svezia e l’Olanda hanno provveduto a pianificare, così come Spagna e Portogallo. L’elenco dei “paesi buoni” è in effetti piuttosto lungo ma purtroppo non include l’Italia, che in quella pagina fa una figura assai meschina, con un paio di inutili link ministeriali.

Si vede che in italiano adattamento fa rima con improvvisazione, ma non mi pare…

Oui, je suis electrique!

ah, le francesi!

(Angelo Salsi, da Bruxelles)

Oggi ho provato per la prima volta una vettura elettrica, una Renault Fluence. Non si tratta dell’ennesima “concept car” che vediamo al salone di turno da decine di anni e che poi non arriva mai sul mercato. Si tratta di una vettura completamente elettrica regolarmente commercializzata. Ce ne sono altre sul mercato: Peugeot, Citroen, Nissan Leaf, e altre ancora sono annunciate.  La grande differenza è che Renault ti vende il guscio della Fluence ad un prezzo simile alla sua sorella diesel, mentre le batterie le noleggi per circa 80€ al mese. Le prestazioni sono perfette per una city car: 150 km di autonomia, 6 ore la ricarica a casa o 30 minuti con una stazione di ricarica rapida. Emissione durante l’uso zero e assenza d’inquinamento sonoro.
La prova: meglio di quanto avevo letto! Una ripresa da fare invidia a molte macchine sportive, a basse velocità non senti nulla, mentre oltre i 70 incominci a sentire un poco il rumore causato dal rotolamento delle ruote ed il fruscio dell’aria. In ogni condizione puoi comunque ascoltare Mozart a volume basso come a casa tua. Un comfort perfetto con tutti i gadget di qualsiasi altra vettura, ma niente tubo di scappamento! Una guida “zen”! Ti senti molto più rilassato e ti comporti di conseguenza per la strada: senza marce, senza rumore.
Perché questa descrizione quasi da Quattroruote? Perché quello che sembra ancora oggi un “esperimento” sta invece diventando realtà. Io, tu e tutti noi quando acquisteremo la prossima vettura sarà meglio che ci facciamo un pensierino a buttare nel cestino il nostro caro vecchio motore a combustione. Pensate alla vostra città in cui circolano solo vetture elettriche. Chiudete gli occhi e immaginatevi l’incrocio che vedete (o meglio sentite) tutti i giorni dalla finestra. Immaginate di essere il sindaco di Milano o Bologna e potervi permettere il lusso di non dover pensare alle polveri sospese ed alla chiusura al traffico.
Fate poi ancora un esercizio di fantasia ed immaginate il tetto del vostro condominio coperto da pannelli fotovoltaici e le colonnine di ricarica rapida a disposizione dei condomini che circolerebbero così “carbon free”.
Bene riaprite gli occhi e ditevi che tutto questo sarebbe possibile persino in Italia.
Dal canto mio vi posso garantire che a settembre di quest’anno appena uscirà la piccola city car elettrica di questa serie sarò tra i primi ad ordinarla, mandando in pensione la mia vecchia 4 cilindri, e subito dopo scatterà il piano B, con i pannelli fotovoltaici sul tetto.
E per quelli che pensano che questa soluzione sia buona solo per andare a fare la spesa la risposta è già stata pensata: in un primo tempo la casa automobilistica fornirà ad un prezzo stracciato una vettura tradizionale a noleggio per quei (generalmente pochi) lunghi viaggi e poi ci saranno dei sistemi di scambio delle batterie per strada che in tre minuti  rimpiazzano la batteria scarica con quella carica. Lo stesso tempo e fatica che per fare il pieno.
Spero di avervi incuriosito o almeno di avervi fatto sognare per un attimo.

Insegnare il cambiamento climatico

 

caro Charles, se tu sapessi...

Secondo il Guardian negli Stati Uniti il negazionismo è talmente forte da insidiare i professori che a scuola vogliono parlare di cambiamenti climatici, tanto che un’organizzazione attiva da trent’anni per sostenere gli insegnanti di scienze che vogliono parlare di evoluzionismo darwiniano ha deciso di correre al loro soccorso. Il National Center for Science Education, il cui motto è per l’appunto “Difendere l’insegnamento dell’evoluzionismo nelle scuole pubbliche”, dopo aver saputo da una specifica indagine che circa un quarto degli insegnanti che parlano di cambiamenti climatici dovuti alle attività umane viene messo in discussione da studenti, genitori e anche dalle autorità scolastiche, e che in molti stati si pretenderebbe l’insegnamento di teorie alternative del tutto prive di fondamento, ha deciso di impegnare la propria esperienza sulla difesa dell’evoluzionismo anche in campo climatico. In Italia invece il negazionismo non è ancora così forte, c’è però il grande peso dell’indifferenza, non tanto degli insegnanti o degli studenti, quanto delle autorità e dell’università, che sul cambiamento climatico in questo paese stanno facendo davvero troppo poco.

Che razza d’annata

l'anno che verrà

Il 2011 che sta per finire è stato un anno piuttosto memorabile. Impressionanti rivolte di popolo nei paesi arabi nordafricani hanno portato al crollo di ben tre regimi dispotici se non dittatoriali, c’è stata una guerra in Libia, l’uccisione di Bin Laden e di Gheddafi, lo scandalo Strauss-Kahn, la terribile strage di giovani in Norvegia, siamo in piena megacrisi economico-finanziaria europea, e infine oggi gli Usa tornano a casa dopo dieci anni in Iraq.

Per noi di Pianetaserra però questo è stato soprattutto l’anno del grande terremoto e dello tsunami in Giappone: l’esplosione della centrale di Fukùshima si è irradiata fino in Italia, spingendo verso un esito inatteso il secondo e speriamo definitivo referendum antinucleare.

Il 2011 è stato anche l’anno del boom fotovoltaico, che ha portato il nostro paese a quota 12mila megawatt allacciati in rete, un salto da record mondiale. Due esplosioni, quella nucleare e quella fotovoltaica, che hanno mandato a monte le intenzioni del governo Berlusconi quater, che per anni ha tentato senza successo la politica energetica assurda e cialtrona di riavviare le centrali atomiche e di bloccare le rinnovabili.

Ora da poche settimane c’è un governo diverso, il vecchio e scandaloso esecutivo è stato spazzato via, come i territori colpiti dalle alluvioni d’autunno, dalla Liguria alla Sicilia. Il clima del pianeta peggiora visibilmente (gran siccità e sofferenze in Somalia, tempesta Irene con 45 morti negli Usa), ma le nazioni del mondo riunite a Durban hanno deciso di stare a guardare ancora un po’, un bel po’, si parla addirittura di altri dieci anni, prima di fare qualcosa per impedire l’irreparabile.

Il 2012 sarà però l’anno internazionale Onu dell’energia sostenibile per tutti, quindi non disperiamo e diamoci da fare come suggerisce il Worldwatch Institute. Buon 2012.

Telefona tra vent’anni

il deserto delle buone intenzioni...

Magari proprio vent’anni no ma quasi dieci. A leggere i resoconti dalla conferenza di Durban è questo il tempo che dovremo aspettare per vedere tutti i paesi del mondo impegnati nel taglio delle emissioni serra. Si tratta di un ritardo forse fatale, il clima non aspetta il 2020, sta già ammattendo adesso, entro i prossimi anni la situazione potrebbe diventare del tutto incontrollabile. Ricordo che lo “spread del clima”, cioè la concentrazione dell’anidride carbonica in atmosfera, ha superato livello 390 mentre secondo molti studiosi sarebbe molto meglio per tutti se tornasse a livello 350, dov’eravamo circa vent’anni fa. Oltre alla CO2 sono rampanti anche il metano e il protossido di azoto, entrambi in buon parte di origine agricola, un’agricoltura sempre più concimata e orientata alla produzione di carne bovina. In cambio di questa abbondanza di inquinanti il sistema climatico sta rispondendo con lo scioglimento dei ghiacci artici e alpini, l’aumento delle temperature e della frequenza di alluvioni e siccità. Sale il livello del mare, procede l’acidificazione degli oceani, e la scomparsa di barriere coralline e piccole isole diventa sempre più probabile. Che la conferenza fosse destinata a questo esito era comunque abbastanza chiaro fin dal mese scorso, come si legge in questo articolo del Guardian datato 2o novembre.  C’è comunque qualcuno che considera l’accordo di sabato in Sudafrica un mezzo successo,  io non sono tra quelli, e sono molto preoccupato, soprattutto per i miei figli,  che mi chiedono come mai non sia ancora arrivata la neve. Temo dovranno abituarsi a vederla tornare sempre più di rado.

Europa e India in contrasto sul clima

...date retta alla gente, non agli inquinatori...

Sopraffatti dalle lacrime governative i giornalisti nostrani non trovano il tempo di occuparsi del futuro del trattato climatico globale, di cui migliaia di delegati discutono a Durban in Sudafrica alla conferenza COP17. Il Guardian ci informa invece che domenica a sorpresa è apparsa una “Durban roadmap” cioè un piano per sbloccare la trattativa. Si tratta di una proposta avanzata dall’Unione europea, accolta con interesse da molti stati ma contrastata fieramente dall’India, che prevede la proroga di Kyoto, e al contempo il varo di un trattato parallelo per il coinvolgimento graduale degli stati in via di sviluppo (come l’India appunto), che dai tempi del protocollo (1997) hanno fatto passi da gigante nell’economia (e nelle emissioni). Il contrasto dell’India trova fondamento sul mancato impegno di grossi emettitori come gli Usa, che al protocollo di Kyoto finora non si sono piegati. Teniamo gli occhi aperti sulla seconda settimana di trattativa, chissà che non ne esca qualcosa di buono.

Sospendiamo il protocollo di Kyoto?

forse John ha ragione...

Sembra un’idea assurda, chi la propone però non è certo un negazionista, anzi. Si tratta del laburista inglese John Prescott, uno dei protagonisti del negoziato internazionale che portò alla definizione del protocollo di Kyoto nell’ormai remoto 1997. Il protocollo è il primo trattato internazionale che ha imposto agli aderenti di controllare e ridurre le emissioni di gas serra. Per l’Italia il protocollo prevedeva un taglio del 6,5% delle emissioni rispetto al livello del 1990, sembra poco ma in realtà per tagliare le emissioni prima di tutto i paesi aderenti hanno dovuto invertire un trend in salita, il che per l’Italia ha significato un taglio di oltre il 15% rispetto al picco di emissioni raggiunto nel 2004. Ora questo trattato sta per scadere e questo è un dramma perché le nazioni non si riescono ad accordare su cosa deve sostituirlo. Allora, dice Prescott, mettiamolo in animazione sospesa in modo che rimanga in vigore con tutti i suoi meccanismi (che tra l’altro prevedono trasferimenti di risorse verso i paesi più poveri) finché non verrà raggiunto il nuovo compromesso. Maggiori dettagli sulla proposta sono disponibili sull’informatissimo Guardian.

Cosa c’è in ballo a Durban

...smile!

La conferenza mondiale sul clima, uno stanco rito inutile. La conferenza mondiale sul clima, un passaggio fondamentale per il nostro futuro. Cosa votereste tra queste due alternative? Io la seconda. Infatti a Durban, in Sudafrica, sono in ballo questioni veramente importanti, e i giornali hanno cominciato a parlarne, forse anche per effetto del discorsetto del papa di domenica scorsa.

Ben detto Benedetto

...stavolta l'ha detta giusta...

Ieri Benedetto XVI ha ricordato, parlandone lungamente durante la consueta omelia della domenica dalla finestra di San Pietro, l’avvio della conferenza climatica di Durban che da oggi e per due settimane terrà impegnati migliaia di delegati di tutti i paesi e di numerosissime organizzazioni non governative, nel tentativo di dare un seguito al protocollo di Kyoto che scade l’anno prossimo. Nessun leader politico italiano ha speso negli ultimi giorni o settimane una sola sillaba sull’argomento: tutti parlano solo di crisi politica, economica e finanziaria e non vedono la macroscopica crisi planetaria nella quale ci stanno avvitando consumi energetici senza senso e conseguenti emissioni di gas serra. Il papa ha giustamente ricollegato la questione climatica a quella della povertà (sono proprio i paesi più poveri delle zone tropicali a sopportare il maggior peso degli sconvolgimenti del clima) e del destino delle future generazioni, che dovranno quasi certamente adattarsi a condizioni climatiche ben diverse da quelle cui eravamo abituati nel Novecento. Cito: “Auspico che tutti i membri della comunità internazionale concordino una risposta responsabile, credibile e solidale a questo preoccupante e complesso fenomeno, tenendo conto delle esigenze delle popolazioni più povere e delle generazioni future”. Come non essere d’accordo?

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