Il nostro uomo alla COP

15 12 2009

grazie Lorenzo!

Anche Pianetaserra ha un inviato a Copenaghen! Scrive per noi Lorenzo Fioramonti, collaboratore al Dipartimento di politica istituzione e storia dell’università di Bologna, collaboratore di Sbilanciamoci.info e anche autore del film The age of adaptation. Ecco di seguito il suo primo reportage.

No money, no deal

C’era da aspettarselo: la strada dei negoziati di Copenhagen prosegue in salita. La seconda e ultima settimana di lavori si apre nel segno dello scontro, con i rappresentanti africani che hanno abbandonato temporaneamente i negoziati per protestare contro il rischio che il testo finale si discosti troppo dagli impegni presi a Kyoto. Il ‘walkout’ africano di lunedì mattina ha fatto seguito ad un fine settimana molto turbolento, che ha visto la marcia dei movimenti sociali e della società civile terminare con circa un migliaio di persone arrestate. Nella capitale danese, nonostante il freddo polare, il clima si surriscalda ogni ora che passa.

In un tentativo di rimescolare le carte, il governo messicano e quello norvegese hanno presentato una proposta comune per la costituzione di un Fondo Verde che, sostenuto attraverso delle aste internazionali, riesca a finanziare le politiche di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici nei paesi in via di sviluppo. In questo modo, il mercato fa da sé e non c’è troppo bisogno di impegnare risorse ingenti hic et nunc. Ma se questa proposta offre un sospiro di sollievo ai paesi industrializzati (che non vogliono pagare il conto), mette in agitazione quelli più poveri, a partire dalle nazioni africane. Chi garantisce che i finanziamenti dal nord al sud cresceranno con il tempo? E se il prezzo dei crediti dovesse crollare (come è già accaduto nel mercato europeo)?

Le tipiche incertezze del mercato, qualcuno ci dice. Quindi, mentre la questione del debito climatico torna prepotentemente sulla scena, le proteste di attivisti, movimenti e cittadini si diffondono per il mondo. Sabato scorso c’è stata la marcia dei movimenti. Colorata, vivace e molto partecipata, nonostante l’arresto di circa un migliaio di dimostranti da parte della polizia danese. In tutto il mondo le hanno fatto eco oltre quattromila iniziative secondo Greenpeace. E la scienza? È rimasta in un angolo, sepolta dai cumuli di carte che vengono stampate, corrette ed emendate ogni ora. L’IPCC chiede infatti una riduzione di emissioni tra il 25% ed il 40% entro il 2020 per evitare che l’aumento della temperatura media del pianeta superi i 2 gradi . Ma uno studio appena pubblicato rivela che, mettendo insieme le proposte fatte finora dai principali paesi inquinanti, la riduzione ammonterebbe solo ad un 8-12%. Meno della metà di quanto sarebbe necessario. E chi pagherà il prezzo salato di un accordo che non dovesse servire a niente? (Copenaghen, 14 dicembre 2009)

Lorenzo Fioramonti,  promotore della campagna Global Reboot, resettiamo il sistema

No money, no deal

Di Lorenzo Fioramonti

C’era da aspettarselo: la strada dei negoziati di Copenhagen prosegue in salita. La seconda e ultima settimana di lavori si apre nel segno dello scontro, con i rappresentanti africani che hanno abbandonato temporaneamente i negoziati per protestare contro il rischio che il testo finale si discosti troppo dagli impegni presi a Kyoto. Il ‘walkout’ africano di lunedì mattina ha fatto seguito ad un fine settimana molto turbolento, che ha visto la marcia dei movimenti sociali e della società civile terminare con circa un migliaio di persone arrestate. Nella capitale danese, nonostante il freddo polare, il clima si surriscalda ogni ora che passa.

In un tentativo di rimescolare le carte, il governo messicano e quello norvegese hanno presentato una proposta comune per la costituzione di un Fondo Verde che, sostenuto attraverso delle aste internazionali, riesca a finanziare le politiche di mitigazione ed adattamento ai cambiamenti climatici nei paesi in via di sviluppo. In questo modo, il mercato fa da sé e non c’è troppo bisogno di impegnare risorse ingenti hic et nunc. Ma se questa proposta offre un sospiro di sollievo ai paesi industrializzati (che non voglio pagare il conto), mette in agitazione quelli più poveri, a partire dalle nazioni africane. Chi garantisce che i finanziamenti dal nord al sud cresceranno con il tempo? E se il prezzo dei crediti dovesse crollare (come è già accaduto nel mercato europeo)?

Le tipiche incertezze del mercato, qualcuno di dice. Quindi, mentre la questione del debito climatico torna prepotentemente sulla scena, le proteste di attivisti, movimenti e cittadini si diffondono per il mondo. Sabato scorso c’è stata la marcia dei movimenti. Colorata, vivace e molto partecipata, nonostante l’arresto di circa un migliaio di dimostranti da parte della polizia danese. In tutto il mondo, hanno fatto eco oltre 4,000 iniziative secondo Greenpeace. E la scienza? È rimasta in un angolo, sepolta dai cumuli di carte che vengono stampate, corrette ed emendate ogni ora. L’IPCC chiede infatti una riduzione di emissioni tra il 25% ed il 40% entro il 2020 per evitare l’aumento di 2 gradi della temperatura media del pianeta. Ma uno studio appena pubblicato rivela che, mettendo insieme le proposte fatte finora dai principali paesi inquinanti, la riduzione ammonterebbe ad un 8-12%. Meno della metà di quanto sarebbe necessario. E chi pagherà il prezzo salato di un accordo che non dovesse servire a niente?

L’autore è promotore della campagna Global Reboot, resettiamo il sistema (www.globalreboot.org)





Il nucleare emette 25 volte più CO2 dell’eolico

3 12 2009

Non c'è partita: 25 a 1!

Se comprate l’ultimo numero di Le Scienze, quello di dicembre 2009, ci trovate la versione italiana di un bellissimo articolo a cura di Mark Jacobson e Mark Delucchi nel quale si sostiene che non solo tutta l’energia degli Stati Uniti ma dell’intero globo potrebbe essere ottenuta da fonti rinnovabili nel giro di una ventina d’anni se solo volessimo. Non si tratta di un’affermazione teorica, i due ricercatori sono in grado di dimostrarlo concretamente sulla base della propria vastissima produzione scientifica, e offrono un piano di ristrutturazione del sistema energetico che potrebbe liberarci dalle emissioni di carbonio entro il 2030 se solo venisse adeguatamente spinto politicamente e finanziariamente. Dopo aver chiarito che in fondo l’enorme quantità di energia consumata dagli esseri umani è comunque una frazione risibile di quella proveniente dal sole (e raggiungibile, cioè senza riferimento a impossibili sistemi di cattura oceanica o spaziale) i due, con abbondanza di grafici e spiegazioni ci danno i numeri necessari: costruire ed installare alcuni milioni di grandi turbine eoliche, di centrali solari di vario tipo e completare il tutto con un po’ di energia dall’acqua (idroelettrico ma anche geotermico, onde e maree). L’energia elettrica così prodotta tra le altre cose servirebbe anche a rendere puliti ed efficienti anche i trasporti, tramite la loro completa elettrificazione. By the way gli autori ci raccontano che, lungi dall’essere “pulito” come vorrebbero convincerci i nostri Scajola e compagnia, il radioattivo nucleare è anche molto emissivo, nel senso che tra la costruzione della centrale, la produzione del combustibile, lo smaltimento dei residui e il “decommissioning” delle centrali, questa fonte energetica “fa” venticinque volte la CO2 dell’eolico, watt per watt. Altro che balle…





Prestigiacomo, zero in clima

1 12 2009

Chi non occupa si preoccupa...

Se uno ha pazienza e aspetta che l’esangue sito del ministero dell’ambiente si apra, ci trova queste frasi, attribuite al ministro. «Le indiscrezioni diffuse oggi sulla bozza di accordo proposta dalla presidenza danese per la conferenza di Copenaghen e le reazioni da parte indiana indicano come il negoziato sia giunto ormai al cuore del problema: il rapporto fra paesi industrializzati e paesi emergenti. Ed il susseguirsi di aperture ed irrigidimenti va letto anche nell’ottica della trattativa in corso. Probabilmente fra due settimane a Copenaghen non sarà firmato un accordo legalmente vincolante. Sarà invece possibile raggiungere una intesa politica forte che rimandi ad un trattato vincolante a breve. E questo non sarà certo un fallimento ma il primo dei due tempi di un accordo storico sul clima condiviso da tutti i paesi del mondo». E’ tutto. A parte l’italiano assai politichese non c’è niente di più di una risciacquatura di notizie d’agenzia. Ci si domanda a cosa serva avere un ministro dell’ambiente che a pochi giorni dall’apertura della conferenza di Copenaghen non sia in grado di dire qualcosa più di questo. Sarà che il ministro è preoccupato solo dall’occupazione del tetto di via Casalotti da parte dei ricercatori precari licenziati in massa da Ispra? A proposito di Ispra, anche per il sito del nostro istituto superiore ambientale (una creatura di Prestigiacomo) Copenaghen non esiste… Per confronto e per capire meglio in che mani siamo fatevi un giro sul sito del ministero inglese per l’energia e il clima oppure su quello francese dell’ambiente.





La Cina dà i numeri

27 11 2009

Qualcosa emerge dalle nebbie cinesi...

Va dato atto alla Repubblica (in particolare a Valerio Gualerzi, che segue le questioni ambientali) che argomentando bene le proprie critiche si può ottenere la modifica di una pagina web, come è successo ieri, quando nell’articolo “Clima, la promessa della Cina” il sottotitolo originale “Taglio del 40% entro il 2020″ su nostra sollecitazione è stato cambiato nel ben più realistico “2020, più efficienti del 40%”. Cosa significhino questi numeri cinesi in effetti non è facile da raccontare, dato che si intrecciano con gli altri numeri che arrivano quasi in contemporanea dagli Usa. Mentre questi ultimi sono una promessa di taglio assoluto alle emissioni (del 17 per cento entro il 2020, del 30 per cento entro il 2025 e del 42 per cento entro il 2030, rispetto ai livelli, peraltro enormi, del 2005) quelle cinesi sono promesse che riguardano l’intensità di emissione serra per unità di prodotto lordo, il che non implica affatto un taglio delle emissioni assolute, che ormai superano quelle Usa, dato che l’economia cinese è in piena espansione e continua a crescere persino adesso che tutto il resto del mondo è in preda alla recessione. Se la Cina continuasse a crescere così per altri dieci anni e si avverassero le promesse di Hu Jintao, invece di raddoppiare come il Pil, le emissioni cinesi potrebbero aumentare “solo” del 50-60%. Metaforicamente è come se ci dicessero che invece di correre verso un muro a 120 all’ora rallenteremo fino ai 60: ma qui il punto è che bisogna invertire la rotta, altrimenti contro il muro ci andiamo a sbattere lo stesso… In ogni caso i giochi di Copenaghen adesso sembrano riaperti e ci sarà da divertirsi.





Flopenaghen? Adesso è una certezza…

16 11 2009

Obamao

Le notizie dell’accordo a Singapore tra Obama e Hu Jintao sul clima non potevano essere peggiori. Lungi dall’intraprendere un braccio di ferro con il presidente cinese sulla questione del suo impegno a limitare seriamente le emissioni di gas serra cinesi entro il 2050, il presidente Usa, che si sta rivelando un’autentica delusione in molti settori, ha deciso, di comune accordo col potente partner commerciale e finanziario, di segare del tutto il ramo peraltro assai sottile sul quale sedeva la conferenza di Copenaghen, tanto che ci domandiamo a questo punto a cosa serva tenerla… In sostanza a Copenaghen non ci sarà la firma di alcun accordo vincolante, cioè con percentuali, scadenze, premi e punizioni, in sostituzione del protocollo di Kyoto, che scade nel 2012. Le difficoltà interne di Obama, che ha una (debole) legge sul clima e l’efficienza energetica approvata alla camera ma ferma al senato,  combinate con quelle economiche e finanziarie (ricordiamo che la Cina detiene un terzo del debito pubblico Usa) hanno prevalso sulle preoccupazioni ambientali. Intanto il mondo continua a scaldarsi, per un’idea precisa degli impatti esaminate la nuova mappa interattiva predisposta dal MetOffice, il prestigioso servizio meteo inglese.





Copenaghen: le emissioni della conferenza

13 11 2009
Troppo fumo a Dacca? ci pensano i danesi...

Troppo fumo a Dacca? ci pensano i danesi...

Ogni volta che si tiene una conferenza internazionale delle dimensioni di quella che sta per svolgersi a Copenaghen migliaia di delegati volano da ogni paese del mondo verso la sede della riunione, con emissioni di gas serra non trascurabili, dato che un aereo di linea ogni 10 km di volo emette circa un chilo di CO2 per ogni passeggero. Se ipotizziamo che ogni delegato voli per 10mila km arriviamo subito a una tonnellata pro capite (ed è una stima prudenziale). Il governo danese è corso ai ripari e ha deciso di neutralizzare queste emissioni con un investimento di 700mila euro in uno dei paesi più poveri del mondo, il Bangladesh, dove una ventina di inquinanti fabbriche di mattoni della capitale Dacca verranno sostituite con nuovi stabilimenti molto più efficienti e puliti. Il risultato finale, oltre al risparmio di ben 100mila tonnellate di emissioni serra l’anno, sarà anche un netto miglioramento della qualità dell’aria in quell’inquinatissima città. Mica male no? C’è del genio in Danimarca…





REDD, un acronimo per salvare le foreste

5 11 2009

REDD like a forest

Significa Riduzione delle Emissioni da Deforestazione e Degrado forestale ed è diventato uno dei punti chiave per la riuscita della conferenza di Copenaghen. Se ne parla su Nature, la più importante rivista scientifica del mondo, che gli dedica un editoriale. In italiano su questo argomento c’è anche un bel po’ di materiale sul sito Salvaleforeste. In poche parole comunque si tratta della strategia elaborata per ridurre e possibilmente azzerare la distruzione delle foreste tropicali, che procede talmente in fretta da provocare un quarto delle emissioni di anidride carbonica e un quinto di quelle totali di gas serra. Alle foreste salvate  o recuperate verrebbe assegnato un valore monetario che potrebbe essere ottenuto sul mercato globale delle emissioni. In sostanza soldi dai paesi danarosi ed emettitori, verso i paesi ricchi di foreste, per compensarli della mancata deforestazione. Semplice in teoria ma molto complesso nell’attuazione pratica. Un solo problema su tutti: chi controlla che la deforestazione stia davvero rallentando? La soluzione potrebbe essere tecnologica, con l’uso dei satelliti artificiali per controlli dallo spazio.





Flopenaghen, per evitarla servono 100 miliardi di euro

3 11 2009

Money for climate, not for guns

Sono queste le dimensioni del cumquibus necessario per firmare a Copenaghen un nuovo patto tra nord e sud del mondo, per fronteggiare gli adattamenti necessari a sopportare nel sud le conseguenze del cambiamento climatico generato dal nord, per rendere più virtuoso il sistema obsoleto e inquinante di produzione energetica dei paesi emergenti, e anche per interrompere la deforestazione tropicale, che procede a ritmi galoppanti aggravando gli effetti climatici dei combustibili fossili. Se questi soldi saltassero fuori la conferenza di dicembre sarebbe un trionfo della diplomazia globale e potrebbe varare un nuovo patto per il clima, per rimpiazzare Kyoto dal 2013 in avanti. Purtroppo al momento i paesi ricchi questi soldi non li vogliono tirare fuori, e allora i paesi più poveri il patto sul clima non lo firmano. Ricordiamo che se ci troviamo in questa impasse ciò è dovuto anche alla crisi economica, che ha interrotto la crescita forsennata dell’economia globale (con un calo delle emissioni globali di gas serra, per la prima volta da decenni) e che ha deviato immensi fondi pubblici verso banche e case automobilistiche per salvarle dal fallimento (forse). E ricordiamo che nei decenni passati sono stati i paesi ricchi del mondo, tra cui l’Italia, a pompare in atmosfera tanta anidride carbonica da aumentarne la concentrazione dai 280 ppm preindustriali ai quasi 390 attuali ed innescare il cambiamento climatico. Diciamo anche però che in un solo anno lo stato italiano trasferisce alle regioni, per la sola sanità, più di cento miliardi di euro, cioè più della cifra del titolo. Possibile che tanti paesi ricchi non riescano a tirar fuori tutti insieme questi soldi, per salvare la salute del pianeta e la pelle di moltissimi nostri simili? La miopia che acceca pericolosamente i nostri governanti va curata, conoscete qualche valido oculista? Aggiungo che secondo la Fao, nel mondo si spendono ogni anno 1340 miliardi di dollari per le armi…





Il mito della sovrappopolazione

28 10 2009

Siamo in troppi?

Molto spesso si leggono o si sentono commenti sconfortanti di persone anche colte che accusano la sovrappopolazione di tutti i mali ambientali del pianeta, ivi incluso ovviamente il surriscaldamento climatico cui stiamo assistendo. Sappiamo dalle statistiche demografiche che la popolazione mondiale aumenta ogni anno di 50-60 milioni di persone, e che nel giro di qualche anno arriveremo a sette miliardi. Ciononostante appare sempre più chiaro che i moltissimi nuovi poveri fanno assai meno danni dei pochi ricchissimi, ad esempio un recente articolo scientifico dimostra che l’Africa nera o sub sahariana, che negli ultimi venticinque anni ha generato più di un sesto dell’aumento della popolazione mondiale,  ha provocato un aumento delle emissioni serra globali di appena il 2,4%. Al contrario il 4% in più di nordamericani nati nello stesso periodo ha indotto un aumento del 14% delle emissioni, un palese caso di ingiustizia e disparità climatica. In effetti le emissioni di gas serra africane pro capite sono dell’ordine di 0,1 -0,5 tonnellate l’anno, da confrontarsi per esempio con quelle italiane, che si aggirano intorno alle 8 (anche se in Emilia-Romagna siamo oltre le 12, a causa sia del generale benessere che di un’elevata concentrazione di impianti termoelettrici). Mentre l’umanità nel suo insieme deve tagliare le emissioni serra (in realtà soprattutto i paesi ricchi), gli africani hanno bisogno di aumentarle, per uscire dalle condizioni miserabili in cui versa la stragrande maggioranza di essi. Questo è in sintesi il concetto di contrazione e convergenza ideato dal musicista inglese Aubrey Meyer e di cui si dà qualche dettaglio nel mio testo GoingGreen. Un concetto che andrebbe applicato anche all’interno dei singoli paesi, visto che in Europa c’è chi spregevolmente compra panfili che bruciano fino a 3000 litri di carburante l’ora mentre ci sono milioni di poveri che fanno la fila per un pasto alle mense caritatevoli. Il sistema per arrivarci c’è e si chiama tassa sul carbonio, ne parleremo prossimamente.





Clima: l’impegno privato non basta

27 10 2009
Ci vogliono anche le proteste, e forti...

Ci vuole anche l'impegno pubblico...

Sul sito del Corriere della Sera il bravo giornalista Franco Foresta Martin riferisce di un articolo pubblicato su Pnas (gli atti dell’accademia delle scienze americana) secondo cui le famiglie, attuando strategie di risparmio energetico, possono ridurre le emissioni fino a raggiungere l’obiettivo di Kyoto anche se i governi non dovessero cooperare. Mi sono permesso di commentare sul forum come segue: “Pur condividendo lo spirito del suo pezzo temo che gli impegni personali (per carità, io mi ci applico con ogni mezzo) siano ben lungi dal servire a ridurre l’impatto umano sul clima. Intanto gli obiettivi di Kyoto sono ben piccola cosa rispetto alla bisogna, come dimostrano i tentativi di tagliare le emissioni del 50 o addirittura dell’80% di cui si dovrebbe discutere a Copenaghen in dicembre. Le emissioni di gas serra sono dovute inoltre molto più alle scelte degli stati e delle aziende che a quelle delle famiglie: es. costruire un nuovo aeroporto, portare a quattro corsie un’autostrada, autorizzare la costruzione dell’ennesimo centro d’acquisto, oppure importare sempre nuove merci dalla Cina sono scelte su cui le famiglie possono poco. In questi casi paga molto di più la protesta, se coronata da successo, come quella dei ragazzi inglesi contro l’ampliamento dell’aeroporto di Heathrow o contro l’apertura di nuove centrali a carbone in Inghilterra.”